Fate il giornalismo, non i giornali

Seconda puntata del workshop sul giornalismo de presente e la sua evoluzione al Corriere. Secondo giorno di spunti di riflessione e un dibattito molto vivace che si è sviluppato su twitter durante e dopo l’evento. Qui il racconto della prima giornata, un mese fa e qui lo Storify di ieri.

Apertura affidata a Mindy McAdams dell’università della Florida, alla quale ho chiesto un keynote introduttivo: dove siamo, dove stiamo andando, come ‘difendersi’. Secca e pragmatica Mindy, anche se sempre deliziosamente sorridente, ha chiarito la sua posizione fin dal titolo del suo speech: Journalism, not Newspapers.
Dati alla mano (li conosciamo tutti, ma rivederli è sempre un bel promemoria), la McAdams ha ricordato che non c’è più spazio per i giornali intesi come prodotto, ma che si può e si deve lavorare ancora per il giornalismo: incoraggiando il cambiamento e la circolazione di idee nelle redazioni, coinvolgendo i lettori (che “non sono una massa di stupidi e ignoranti, sono persone che a volte ne sanno come e più di noi”, parole sante), usando meglio i contributi visuali – foto, video, grafica – e dando il giusto valore alla curation.

Nell’ultima slide i suoi suggerimenti finali, da imparare a memoria. Eccone alcuni.

Incoraggiate il cambio culturale nelle redazioni
Fornite prove, dati, analisi, numeri
Focalizzatevi su ciò che la vostra audience vuole
Rispettate il tempo dei lettori: nulla deve essere più lungo del necessario
Fate curation delle migliori fonti
Rendete il contenuto facilmente reperibile e ricercabile
Producete contenuti che funzionino bene su tutti i device

A seguire Rick Berke, una vita da giornalista ‘tradizionale’ e poi catapultato nell’online al New York Times dove oggi è responsabile del Video, settore sul quale il quotidiano Usa sta investendo di più, anche in termini di posti di lavoro. Un po’ di dati citati da Berke:

Nel 2016 il video rappresenterà il 55% del traffico online.
In un anno gli utenti video  sono passati da 4 a 9 milioni
95 milioni utenti video del NY Times arriva da search e social media, 2,3 milioni dai registrati e 1,5 milioni dai subscriber

e qualche suggerimento:

I video sul web non sono la tv: non sappiamo con esattezza cosa funzioni sempre, ma sappiamo di certo ciò che non funziona: l’anchorman radizionale modello Tg, ripreso in uno studio. Serve molta più creatività.

A chiudere Paul Lewis che ha parlato di social media e fact checking e ha modificato la sua presentazione all’ultimo minuto per inserire la tragedia di Woolwich.
Per chi come me si occupa soprattutto di social media applicati al giornalismo, il suo intervento sarebbe da citare tutto. In particolare, i suggerimenti sul tono e il linguaggio su Twitter (non per niente è lui quello della citazione ‘Social media is social first, media second)

Altri punti fondamentali: la capacità di autoregolamentarsi di twitter (i fake e le bufale esistono, come in qualunque altro mezzo, ma hanno vita breve) e l’accento posto sul liveblogging come strumento sempre più importante per raccontare sia le breaking news in tempo reale che le storie a più ampio respiro: “Abbiamo un liveblogging sulla crisi finanziaria che viene aggiornato ogni volta accade qualcosa e serve sia a coprire i fatti che come archivio di informazioni live”, ha spiegato. E ha aggiunto qual è, a suo parere, la grande sfida del giornalista oggi:

La grande sfida per un giornalista oggi è decidere cosa non pubblicare.

In chiusura, alcuni suggerimenti per non incappare in un epic fail a causa dei social media:

1 Non fidarsi (troppo) delle gente
2 Non fidarsi neppure di soluzioni ‘tecnologiche’ per scremare il falso dal vero
3 Ricordare che le fonti sui social media celano altrettante ‘identità online’
4 Quando possibile, incontrare le fonti di persona
5 Verificare sempre anche offline

Alcuni hanno detto o commentato: “Ok, esattamente abbiamo sempre fatto” e io ho pensato: “Alleluja!”. Perché da anni insisto a dire che la differenza sta solo nello strumento, ma le competenze richieste a un giornalista oggi sono le stesse identiche del passato: costruire un network di fonti affidabili, verificare le fonti, attendere prima di pubblicare. Chi ancora non vede questo, ormai, o è in malafede, o è irrecuperabile.

A margine dell’intervento di Lewis, un interessante botta e risposta sulla solita questione: ‘perché non mandare un reporter sul posto anziché affidarsi al crowdsourcing e ai media sociali?’. La discussione prosegue sul blog di Tedeschini.

P.S. Infine, curiosa coincidenza: Simon Rogers del Guardian è arrivato a Milano un mese fa poco dopo aver annunciato il suo nuovo lavoro al Guardian. Paul Lewis lo ha fatto oggi: resterà al Guardian, ma come corrispondente da Washington.

Al Salone del libro di Torino

Torno sul luogo del delitto per la terza volta per due eventi (e per un po’ di sano cazzeggio in giro, ovviamente) e ne sono felicissima, anche se mi dicono che a Torino c’è un tempo da lupi e se possibile più freddo che a Milano.
Era il maggio odoroso, eccetera. Vabbè.

Sabato alle 16, invitata da Wuz, parlerò di libri e social network qui.
Domenica, sempre alle 16, invitata da Gli amanti dei libri, parlerò di recensioni online qui.

Nel frattempo, mi sono già persa delle cose belle e interessanti, tra le quali Sepulveda e la presentazione di questa ricerca Aie che dice, molto in sintesi: se volete promuovere il vostro libro facendo il botto ma rischiando di avere un successo effimero, dovete andare in tv e segnatamente da Fabio Fazio; se cercate una promozione più limitata ma più duratura, meglio affidarsi ai blog. Qui il pezzo di Alessia Rastelli sull’argomento.
E qui il sondaggio lanciato da Effe per avere altre informazioni sui blogger che parla di libri. Se lo siete, fatelo, potrebbero uscirne informazioni interessanti.

Brilla per assenza, nella ricerca, la promozione sui social media. Funziona, non funziona, come sarebbe meglio farla? Ormai quasi tutti gli editori hanno un profilo twitter e una pagina facebook, più o meno seguiti ma, che io sappia, per l’Italia non esiste ancora uno studio che ci dica se, come e in che modo la promozione social porta dei risultati. Mi piacerebbe che il Salone provasse a rispondere anche a questo. Sabato sarà un piccolo inizio, vediamo.

Quattro voci per il giornalismo del presente

Ogni tanto per lavoro capita di fare cose davvero belle. Io sono fortunata, perché i miei cinque o sei lavori sono quasi sempre interessanti e vari. Diciamo che non mi annoio. Oggi però è stato davvero bello: per giornalisti e manager di Rcs ho contribuito a organizzare un evento di formazione, Innovation journalism, per fare il punto della situazione su giornalismo e giornalismi e soprattutto farci ispirare da quattro speaker d’eccezione, introdotti dal vicedirettore del Corriere Daniele Manca: Jan Schaffer, premio Pulitzer, oggi direttrice del J-Lab; Simon Rogers, capo supremo del data journalism al Guardian, in partenza però per gli Usa dove sarà il primo Data Editor di Twitter (quando l’abbiamo invitato, quasi due mesi fa, nessuno sapeva; è stato ancora più interessante averlo poco dopo che ha annunciato la sua scelta); Robert Hernandez, docente alla USC e Kerstin Shamberg, senior social media manager (a 29 anni, sì, senior, lavora gomito a gomito con Arianna Huffington, qualcosa di strano?).

Sono state quasi quattro ore davvero interessanti, dense, ricche di spunti e di tweet. Sto preparando uno Storify, ma in attesa potete leggere un resoconto seguendo la diretta di Corriere e l’hashtag #InnovationRCS.

Cosa mi porto via da questa giornata?

L’esperienza più che ventennale di Jan Schaffer, che dopo aver fatto giornalismo ad altissimo livello, ci ha regalato una visione chiara e ricca del presente e del futuro. Trend emergenti: il mobile, senz’altro. E negli Usa, siti indipendenti di arte e cultura, salute e ambiente insieme a siti di informazione che nascono dentro le università. La nicchia e la mobilità. Ma anche la sua spietatezza quando, nel rispondere a una domanda, chiarisce:

I giornali sui quali sono cresciuta io, le grandi testate, non esisteranno più ma non per colpa del web; perché hanno rinunciato al loro portfolio, ai loro assets, alla copertura accurata e puntuale dei grandi fatti nazionali e internazionali.

La chiarezza e i risultati mostrati da Simon Rogers nella ricerca, selezione, elaborazione e resa grafica dei dati; il suo ripetere costantemente che il suo mestiere e la sua passione è ‘raccontare storie’, e usare i Big data è solo un altro modo di farlo:

Open Data Means Open Data Journalism.

Alla domanda di Serena Danna, moderatrice dell’evento, sul perché ha lasciato il Guardian risponde infatti: “Voglio continuare a raccontare storie, in modi nuovi” e a quella seguente: “Facebook e Twitter saranno i nuovi editori? “Non saprei, quello che so è che ‘the journalism party’s opening up everyday more’”.

Questa la citazione di James Cameron che ha chiusto la sua presentazione:

The new world will be a place of answers and no questions, because the only questions left will be answered by computers, because only computers will know what to ask.

Mi porto via anche la simpatia contagiosa di Robert Hernandez che ha fatto una presentazione brillante e ricca di dati. Possediamo più smartphone che spazzolini da denti, ha esordito. E ha ricordato come il texting sia l’attività principale di chi possiede uno smartphone: 3 su 5 lo usano soprattutto per il texting e

Ormai quando riceviamo una telefonata sul cellulare, ci sembra una cosa strana, innaturale.

Verissimo. Aggiungo, io: infastidisce pure un po’.
Le sue slide sono già online, guardatele perché sono molto interessanti, soprattutto per provare nuove applicazioni e nuovi accessori suggeriti per il mobile journalism. Io voglio approfondire Vyclone, per esempio.

Infine la freschezza di Kerstin Shamberg, angelica social media manager dell’HuffPo che ho amato moltissimo perché, come si dice, non le manda a dire. D’accordo su tutta la linea con lei: non esagerate con hashtag e mentions ma non abbiate paura di condividere: l’approccio di HuffPo è ‘very aggressive’, ammette: ‘The more, the better’. Spiega come per twitter e facebook siano necessari approcci diversi e contenuti diversi: “Ad esempio, su Facebook non potremmo mai condivdere notizie più trash, come quelle sui Kardashian: ci criticherebbero dicendo che non sono news, che non interessano a nessuno. Mentre su Twitter funzionano benissimo” (e io, confesso, sarà per via della percezione più elitaria di twitter in Italia rispetto a facebook, avrei giurato sul contrario). Altri consigli: ovviamente interagite, rispondete ai lettori, ritwittate molto. Sì, anche altri fonti giornalistiche. “E’ incredibile quanto funzioni ritwittare altre testate: s’instaura un circolo virtuoso”. Infine, quello che, a mio giudizio, uno dei segreti del successo di HuffPo Usa:

“Every editor is a social media editor”.

Ah, no: il segreto più grande ce lo ha rivelato, o meglio confermato, con l’ultima slide: