Mamma Imperfetta, mi è piaciuta a sorpresa

Io le mamme non le ho mai sopportate.

Non le mamme come la mia; le mie coetanee, quelle che avevano figliato ‘presto’, per i canoni italiani mentre io ero felicemente childfree. Quelle che si erano trasformate, da ragazze brillanti e piene di interessi, a monoliti con un paio di argomenti di conversazione, tema forte la cacca. A scanso di equivoci: era il 2006, quindi le odiavo in tempi non sospetti, prima o comunque agli inizi del profluvio di mamme blogger in Italia a parte Lia Celi, la mamma blogger delle mamme blogger, l’unica che possa dire di avere inventato qualcosa, almeno qui da noi.

Poi sono rimasta incinta a sorpresa ma ho continuato a sopportare poco le genitrici perché ho tentato, non sempre riuscendoci, di mantenere una vita e un ruolo non necessariamente coincidenti con quello di madre. Insomma: fuori dal circolo dei caffè mattutini, fuori dalle chiacchiere davanti all’asilo e poi alla scuola materna, fuori dalle merende, con l’occhio al’orologio al parco giochi che, ormai lo so, è la prova provata della relatività del tempo. Ci vai alle 16 e dopo tre ore sono le 16:12. E con l’esplosione delle mamme blogger, appunto, il fastidio anziché diminuire è aumentato; come direbbe mia mamma:

“Noi non abbiamo mai fatto tutto questo casino quando abbiamo avuto dei figli, sai?”.

Tutto questo per dire che quando sono stata invitata all’anteprima di Mamma IMperfetta, la nuova fiction di Cotroneo, avevo paura di vedere le solite quattro cose autoreferenziali che invadono il web e non solo da anni, con qualche rara e lodevole eccezione. Sono andata per due motivi: il primo era la firma di Cotroneo, perché nella esterofilia che mi impone di vedere quasi solo serie straniere, modello Stanis di Boris quando dice ‘è troppo italiana!’, ho seguito un’unica e sola serie tricolore, gustandomela proprio, ed era Tutti pazzi per amore. Il secondo, la curiosità per il format: 8 minuti tutti i giorni, in anteprima sul web e poi, da settembre, in prima serata su Raidue. Mi sembrava un esperimento interessante; e qui c’è lo Storify della presentazione, con la genesi e la struttura della fiction.

Insomma, mi sono divertita. Chiara e le sue compagne di sventura sono credibili, divertenti, rassicuranti nella loro inadeguatezza. Un po’ troppo sfigate, forse, piene di sensi di colpa ai quali non riuscirei ad arrivare neppure io, il che è tutto dire; con mariti magari troppo tonti, ma la caratterizzazione era necessaria, soprattutto avendo ritmi così serrati.
I dialoghi, a differenza delle fiction italiane, appunto, sono veri, immediati, per nulla artificiosi. Facile riconoscersi in alcuni tratti, nelle case, nei bar, nelle relazioni matrimoniali, nel fronte comune contro le mamme perfette, nelle giornate che volano senza tregua, in quel mettersi il cappio al collo da sole volendo fare tutto, arrivare a tutto, anticipare ogni desiderio di compagni e figli. Vedi cosa se ne dice su twitter: un coro di ‘Anche io! Succede anche a me!’
Si ride tanto, ci si angoscia anche un po’. Soprattutto quando si toccano temi come “Tornassi indietro, rifarei tutto?”. domande alle quali non ho alcuna voglia di rispondere. 

Ora siamo arrivati all’ultima settimana di programmazione e so già che mi mancherà un po’. Dateci un’occhiata, se volete, poi mi dite.

Scarpe. Donne. Violenza sulle.

Queste sono le ‘Zapatos rojos’, oltre 100 paia di scarpe femminili dell’installazione dell’artista messicana Elina Chauvet a Palazzo Ducale di Genova per la Giornata contro la violenza sulle donne. Cento passi spezzati che tornano a casa solo simbolicamente.

Questa è la foto della scarpa insanguinata che apriva la prima pagina de Il Secolo XIX l’11 agosto del 2007. Apparteneva a Maria Antonietta Multari, sgozzata dall’ex fidanzato in mezzo alla strada, fra la gente. Ex fidanzato già segnalato più e più volte per molestie, sospettato di un altro omicidio, ma libero di muoversi e perseguitare Maria Antonia, libero di accoltellarla. Allora avevo scritto questo post.

E poi ci sono le scarpe che compriamo, quelle del numero sbagliato – ma era un’occasione – quelle importabili che ci fanno male, quelle che basta indossarle e ci sentiamo splendide, quelle in colori improbabili, quelle delle quali parliamo per ore con le amiche, quelle che “non mi dire che hai comprato un altro paio di scarpe”, quelle “e adesso ora dove le metto, che la scarpiera sta per esplodere”, quelle sulle quali sospiriamo guardandole sulle riviste, quelle “con la giornata che ho avuto, dovevo proprio comprarmi un paio di scarpe”, quelle che ci regalano e ogni tanto ci azzeccano.

Le uniche scarpe delle quali dovremmo parlare, e invece.

Il mio festival del giornalismo al femminile

Sul festival del giornalismo ho poco da dire di nuovo: eccezionale il programma, grandissima l’energia, incredibile, quest’anno più che mai, la forza di Arianna Ciccone, nonostante tutto presente ovunque, alla reception agli incontri al palco ieri sera con Ezio Mauro – che ha smentito la nomina di Lilli Gruber come direttore dell’Huffington Post italiano e ha auspicato l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti.
Purtroppo, per vari noiosi motivi mi sono fermata pochissimo e non ho salutato molte belle persone che varei voluto vedere. E ho perso panel interessantissimi; per fortuna il flusso di informazioni sull’hashtag #ijf12 e sul sito ufficiale è incessante e mi permette di seguire quasi tutto anche da casa.
Però mi sono divertita molto a moderare il mio panel sul Net feminism (al link trovate anche il video integrale dell’incontro), creato nei mesi scorsi insieme a relatrici d’eccezione come Marina Petrillo di Radio Popolare (twitter: AlaskaRP), Raffaella Menichini di Repubblica (twitter: menicr), Serena Danna del Corriere – La lettura (twitter: serena_danna) che con questo pezzo ci ha offerto lo spunto iniziale. Continue reading