La bellezza dello scrivere a mano

Confesso: non solo ho il Kindle e lo uso poco, giusto in viaggio; ma mi piace pure scrivere a mano. Tanto.
La tastiera (soprattutto quella dell’iphone) è ormai un’appendice delle mie dita, ma se devo iniziare da zero un progetto nuovo e complesso o fare la scaletta di un pezzo lungo la prima stesura, quella per mettere giù le idee, è su carta.
Ho sempre amato scrivere. Paginate di diario, lettere, biglietti, appunti all’università, riassunti quando studiavo, così belli da sembrare stampati. Avrei potuto venderli, ora che ci penso. E poi post-it disseminati per casa, scritti fitti fitti, in tutti i versi.

Tuttora scrivo. Mi sembra di organizzare meglio le idee, di non perdere il contatto fra il pensiero e la parola. E le bozze di qualunque cosa le correggo a mano, su carta. Continue reading

Sucate e i link mancati

Due righe sul caso Sucate (#sucate), tragica gaffe nella quale è incappata Letizia Moratti, o meglio il suo staff, o meglio “l’elfo al quale ho lasciato l’account” che ha creduto fermamente all’esistenza del quartiere di Sucate a Milano e ha rassicurato gli abitanti sulla tolleranza zero verso l’altrettanto fantomatica moschea abusiva. Rispondendo peraltro all’utente sbagliato, ma son dettagli.
Abbiamo sorriso, abbiamo proprio riso, alla fine ci siamo anche un po’ annoiati (io, almeno) di fronte al proliferare di immagini, post, thread, dirette da Sucate, slogan, eccetera eccetera (i miei preferiti: il video dell’Intervallo vintage e la moschea virtuale, puro genio).

Personalmente:

- Sono molto, molto contenta di questa gaffe perché forse servirà finalmente a far capire che essere sui media sociali e saperli usare sono due cose molto diverse. Che non basta svegliarsi a una settimana dal ballottaggio e tentare di colmare un divario costruito in mesi di lavoro a colpi di migliaia di utenti al giorno. Come è successo recentemente per Patrizia Pepe, usare i social media con la grazia di un elefante in una cristalleria rischia di diventare un boomerang sui denti.

Come si diceva a proposito dei blog? Meglio non avere un blog che averne uno morto. Ecco. La rete è come l’acqua, corre in tutte le direzioni, non è “pago uno spazio, ottengo qualcosa in cambio”. Magari dopo il Sucategate, le professionalità di chi ci lavora saranno riconosciute un po’ di più e si smetterà di pensare che:

a. Internet fa tutto da sola, basta schiacciare un bottone;
b. chiunque è in grado di gestire un account Twitter o Facebook;
c. chiunque è in grado di affrontare un momento di crisi sui social media. Aprire e alimentare un account può essere semplice finché tutto fila liscio, ma è la gestione della crisi che fa la differenza, e per quella ci vogliono dei professionisti;

- Qualunque cosa può diventare in un pomeriggio trending topic su Twitter. C’è riuscita giorni fa una  #italianrevolution, figuriamoci una cosa obbiettivamente divertente come la moschea abusiva in via Puppa;

- I nostri politici continuano a non conoscere il territorio nel quale si stanno candidando, come ricorda Enrico Sola;

- La transumanza dal web ai siti di informazione segue un percorso preciso; solitamente prima lo riprende Il Post, poi Repubblica, poi il Corriere. In questo caso, data la valenza politica, la prima è stata l’Unità che ha originato una serie di cloni. Tutti, però, negano dignità di fonte primaria a Twitter; non linkano il twitter incriminato e citano solo la testata che li ha preceduti, possibilmente senza linkarla, al solito. Lo fa il Corriere che cita Il Post, l’unico a riportare il tweet, lo fa Repubblica e lo fa anche Giglioli.

Com’è che era? Ah sì: Do Your Best and Link to the Rest.

Pentalogo per gli editori sul web

Sono stata al Festival del giornalismo di Perugia e mi sono divertita. Molta energia, molti ragazzi, molto entusiasmo. Per chi fa questo mestiere da anni, a volte stancamente, spesso senza alcuna emozione, confrontandosi con tematiche sindacali, anacronismi, resistenze al cambiamento, è incredibile pensare che 200 giovani siano arrivati a Perugia come volontari, per seguire gli eventi e aiutare gli organizzatori. Per la cronaca, qui c’è una breve intervista a una delle organizzatrici, Arianna Ciccone.
Io invece volevo proseguire dicendo le solite vecchie cose, banalità che ripeto da una vita. Perché quando mi è capitato e mi capita di fare workshop per i giornalisti della carta stampata che vogliono prendere confidenza con il web, i discorsi sono sempre quelli. Non c’è budget. Non c’è staff. Non ci sono strategie. Si naviga a vista. Ora, io non voglio difendere la categoria; non lo faccio quasi mai. E sono certa che molte lentezze, molte incertezze, molti insuccessi del giornalismo digitale in Italia siano dovuti anche alle resistenze, chiamiamole culturali, di una larga parte di giornalisti abituati alla carta, ai privilegi acquisiti di un contratto che non ha eguali, a un certo modo di lavorare radicato nei decenni; però se il cambiamento non inizia in maniera forte e inequivocabile da chi sta in cima, sarà molto difficile che chi sta sotto lo recepisca e lo faccia suo.

Quindi, ecco cosa avrei detto agli editori online.

1) Pagate chi lavora per voi. Parafrasando il noto detto, si può far lavorare gratis qualcuno a lungo o tutti in un breve periodo; non tutti per sempre. La qualità si paga, online come su carta. Chi scrive vive di firma, così come l’idraulico vive di sifoni sostituiti. Pagate l’idraulico, pagate chi scrive. Se non potete permettervi di sbagliare un’assunzione o un contratto, proponete delle brevi prove, un rimborso spese, quello che volete; poi, finito il breve periodo, prendete una decisione: o fuori o dentro. Ancora, per chi “fa il budget”: vi rendete conto che non ha senso pagare migliaia di euro per la progettazione di un contenitore e due castagne e un fico secco per chi questo contenitore lo dovrà, appunto, riempire di contenuti?

2) Non riempite le redazioni online di dinosauri. Lo so bene; come in tutti gli altri settori, ci sono persone che lavorano alla grande e altre che scaldano la sedia. Ed è difficile recuperarle e reinserirle nel processo produttivo. Forse nelle redazioni ancora un po’ più difficile che altrove. Non è un buon motivo però per infarcire le redazioni online, per chi ce l’ha, di persone stanche, demotivate, sfiduciate, che tirano alla pensione. Che piaccia o no, è quello il settore di punta, quello che nutrirà il vostro business nei prossimi anni (qualche esempio tra le decine? Qui e qui). Ha bisogno di una strategia di assunzioni mirate, fresche, brillanti, non degli scarti di altri reparti.

3) Non soffocate il lettore. Chi è così lungimirante da aver creato una vera redazione online, spesso la utilizza male. Quello che vedo sono giornalisti o editor sotto pressione per 12 ore al giorno a inserire pezzi su pezzi, rimpasti di agenzie, fotogallery su fotogallery perché le foto, si sa, fanno click. Risultato, si travolge il lettore con una marea di aggiornamenti, update, sollecitazioni a leggere pezzi subito sostituiti da altri pezzi che vanno a loro volta persi come lacrime nella pioggia. In un calderone di contenuti spesso senza una vera linea editoriale, con l’unico obbiettivo della quantità, della ricchezza dell’offerta, dell’overload. Perché non concentrarsi su poche cose ma buone? Perché non produrre vero valore? Approfondimenti, opinioni, un’informazione cesellata, per sottrazione, fatta più di no che di sì, diversa, originale? Sì, do your best and link to the rest. Fa così schifo?

4) Abbattete gli steccati. Basta con i giornalisti “carta” e “online”. E’ ovvio che chi scrive sul web sia ancora considerato il parente povero se all’interno dell’azienda la mentalità è quella. Ovvio che spesso i trasferimenti dalla carta al web siano fatti obtorto collo, con tutti i problemi di cui al punto 2). Redazioni uniche. Riunioni uniche. Evitare di duplicare gli sforzi. Sfruttare il lavoro al massimo, per la carta, per il web, per tutti i mezzi possibili. No figli e figliastri, sì famiglia allargata.

5) Dialogate, dentro e fuori. Parlate ai giornalisti, condividete le strategie per il futuro (meglio: il presente) nell’online. Troppe volte ho sentito dire: “Non sappiamo niente. Non ci dicono niente. Non sappiamo cosa verrà fatto. Non sappiamo come lavoreremo”. I cambiamenti professionali spaventano. Il silenzio aziendale, la mancanza di informazioni condivise, aumentano la paura e la chiusura verso il nuovo. Ancora: dialogate con i lettori. I social media non sono un male necessario, da sfruttare per qualche click in più, da esserci perché così fan tutti. Non sono un megafono per strillare decine di articoli e trovarsi nella stessa situazione di cui al punto 3). Sono un’immensa fonte. Un immenso focus group (gratis). Un’immensa platea per capire cosa i lettori veramente vogliono da voi, cosa apprezzano e cosa no. Non siete eccitati?

 

Qui un bell’intervento sull’argomento di Mafe De Baggis nel quale dice, fra l’altro:

Gli editori sono come quelli che vogliono dimagrire mangiando gli zuccheri. Tranne quei casi fortunati (che affolleranno i commenti) più o meno ormai lo sappiamo: se vuoi dimagrire devi vivere a pesce, carne bianca, verdura e poca frutta. Se per te senza brioche e pasta al sugo non è vita, non dimagrisci. È semplice.Per l’editoria è la stessa cosa: capire che cosa fare è molto più semplice di come ce lo raccontiamo, il problema è che nessuno sembra avere intenzione di farlo.

Infatti.