Ieri notte c’era un splendida Luna dei regalini (copyright Placida Signora).
Io e Bea (due anni e mezzo) siamo andate sul mare a vederla spuntare: magnifica. “Mammaaaaaa, guarda la luna che esce dalle nuvole!”
Siccome la scorsa estate era troppo piccola, e durante l’inverno milanese ci sono ben poche occasioni per uscire ad ammirare la luna piena, decido che ora è arrivato il momento di raccontarle una storia nuova. Mi inginocchio vicino al passeggino e inizio:
“Amore, vedi la luna com’è rotonda? Stanotte è una luna speciale: è la Luna dei regalini”
“…ini”.
“Ora tu la guardi fissa e le chiedi tre regalini. Qualcosa che ti piace, che desideri, che vuoi tanto tanto. E poi la luna magari lo dice a mamma e qualcosa succederà”.
“Mamma! Ma la luna non ha le orecchie! E neppure la bocca! Come fa a dirti i miei regalini?”
“E allora, magari te li porta direttamente lei”.
“Ma mamma! La luna non ha neanche le mani!”
“…”
“Mamma?”
“Sì?”
“Andiamo in piazza a prendere il gelatino?”
“Occhei”.
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Ovvero, frasi che ho giurato e spergiurato, per trent’anni di vita, che non avrei pronunciato nemmeno sotto tortura e che invece mi sono sorpresa a ripetere più volte nel corso dell’ultimo anno (e non siamo nemmeno arrivati al momento dei compiti a casa).
Brava, spalmati il gelato sulla maglietta. Tanto c’è la mamma che lava.
Esci dall’acqua, che hai le labbra viola.
Come sarebbe “voglio alzarmi?” Ma se non hai mangiato niente!
Guarda che disordine hai lasciato in cameretta. Se non raccogli i tuoi giochi… (inserire blanda e inutile minaccia a piacere).
Devi stare sempre vicina a mamma e papà.
Prima finisci la carne, poi avrai il gelato.
Vai a lavarti le manine.
No, il Tigro non c’è. Ha detto che andava a fare un giro (è la mamma che non lo trova, ovviamente).
Non dire le bugie (detto dopo avergliene appena rifilata una, vedi sopra).
No, non te lo compro.
Smettila di toccare tutto.
Un altro succo di frutta? No, bevi l’acqua, che disseta di più.
Basta caramelle.
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Mangia che ci sono bimbi che muoiono di fame (Ancora non l’ho detta)
Dammi la mano quando attraversiamo la strada (Certo che sì)
Se ti fai male poi ti dò il resto (Mia versione: “Non fare così che poi ti fai male e piangi”)
Non mettertelo in bocca, eh! (Cèlo)
Se non la smetti lo dico a papà (Il di lei padre è, se possibile, ancora meno autorevole di me, per cui è una minaccia assolutamente inutile)
Se proprio vuoi piangere, ti dò io una ragione per farlo (Un grande classico, come ho fatto a scordarla? Però ancora non l’ho detta).
Come ti ho fatto, ti disfo (ebbene sì).
“Mamma oggi a prendermi all’asilo è venuto papà.”
“Sì amore”
“E tu eri a casa da sola?”
“Sì, dovevo finire di lavorare.”
“E piangevi?”
“Ma no amore! Perché avrei dovuto piangere?” (le rare volte in cui riesco a lavorare tranquilla, a casa da sola, sto così bene che stapperei una bottiglia, Nda. Ma questo ovviamente non gliel’ho detto).
“Perché eri a casa da sola. E tu sei piccola.”
“Io sono piccola? Ma no tesoro, la mamma è grande. Tu sei piccola.”
“No, il papà è grande. Tu sei piccola.”
“Sono piccola come te?”
“Sì, sei piccola come me. Però cammini meglio.”



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