Vi auguro un 2013 di cose che accadano al momento giusto

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Qualche settimana fa mia mamma mi ha regalato dei bellissimi bulbi di giacinto – ‘così ti colorano un po’ la cucina’.
E lo hanno fatto egregiamente. Grazie alla primavera artificiale dei caloriferi, in pochi giorni sono spuntati e in pochi altri fioriti, con quelle loro meravigliose corolle a grappolo.
Così una mattina, addormentata come si conviene a chi ha i bioritmi del gufo e non quelli dell’allodola, sono entrata in cucina alla ricerca del caffè e ho sentito quel profumo fortissimo, inconfondibile, quasi languido del giacinto in piena fioritura. E immediatamente ho girato gli occhi verso la finestra aspettando quello che era il completamento logico di una sensazione olfattiva così forte: un cielo azzurro, un’aria dolce, una primavera magari appena accennata, ma già per la sua strada.
E invece ho visto il coperchio grigio di un dicembre milanese, un accenno di pioggia gelata, ho toccato il vetro freddo che mi ha sconsigliato di aprire la finestra per verificare la temperatura esterna.
Il mio naso ha deluso il mio cervello, il profumo è rimasto lì, da solo, a vagare, a riempire la cucina di promesse non mantenute. Un po’ come la delusione di un vino che al naso si spiega in mille profumi e al gusto scivola via come acqua. Mai successo? E’ una delle cose che meno perdono a un vino, non mantenere ciò che promette. Non solo a un vino, a dire la verità, ma vabbè.
Così ho capito in un attimo perché sono ossessionata dalle sinestesie – ho bisogno di completare le sensazioni isolate con altre simili, analoghe, compatibili. E ho compreso anche perché quelli che di cibo ne sanno ci raccomandano la stagionalità, il gustare frutta e verdura possibilmente sul posto e sempre durante la stagione giusta, come predica bene la mia amica Ci_polla, che inorridisce quando mi vede affettare i pomodori a dicembre (i pomodori sono un’altra delle mie ossessioni: non riesco a farne a meno).
E quindi tutto questo pippone per augurarvi un 2013 pieno di cose che avvengano quando è il loro momento. Perché più di fatti giusti o sbagliati, belli o brutti, la nostra storia è spesso ricca di avvenimenti che accadono al momento sbagliato. Quello lì, se lo avessi incontrato prima, o dopo. Quel viaggio, l’avessi fatto in un altro momento. Quell’offerta di lavoro, perché è arrivata proprio quando mi sentivo in quel modo? Non potevano farmela un anno prima? Eccetera eccetera.

Io vi auguro un anno di ciliegie d’estate e zucche a novembre. Che sia tutto, sempre, in tempo. Al momento giusto.

 

Le candele, il maniman e il 2012

In genovese c’è una parola molto particolare, intraducibile come spesso accade con il dialetto, che noi ci portiamo dietro per sempre, la infiliamo nei discorsi e poco importa se chi ci ascolta ed è foresto fa la faccia stupita.
La parola è maniman, bellissima, dolce, musicale. Vuol dire più o meno ‘meglio di no, se no poi va a finire che’. Se volete provare a capirne l’essenza, leggete qualcosa qui. Oppure se volete fare i secchioni, compratevi questo.
Incidentalmente, è anche il nome di uno dei miei ristoranti preferiti di Genova. Andateci d’estate, fatevi mettere fuori sotto il pergolato, godetevi la vista di Genova dall’alto, poi mi dite.
Maniman è l’essenza stessa della genovesità, quel non fare troppo perché poi non si sa mai, quell’understatement che diventa ritrosia, chiusura, nessuna voglia di avere i riflettori puntati addosso, quel piacere che si prova a stare sempre un passo indietro.
Maniman è tanto dolce quanto vischiosa, bozzolo che non ti fa crescere, comfort zone dalla quale è impossibile uscire, madre soffocante.
Maniman, spesso, ti impedisce di vivere, ferma ogni iniziativa dei singoli e soprattutto della città, che a guardarla da lontano e a viverla qualche giorno da vicino sembra sempre più paralizzata, involuta, triste e sporca. Sempre bellissima, sempre che chissàcosadarei per tornare e iniziare di nuovo a lamentarmene il giorno dopo. Ma stanca, immobile, offesa.

Io adoro le candele. Compro tonnellate di candele di ogni forma, colore e profumo. Se aprite un cassetto a casa mia, facile che veniate travolti da candele stipate lì da anni e mai accese. Un po’ come le tovaglie di Mitì che però lei fa orgogliosamente uscire dagli armadi

Candele, le mie, mai accese perché maniman. Le tengo lì per un’altra volta. Non è l’occasione giusta. Farà mica troppo sciàto, accendere le candele? Lasciamo perdere. Maniman come mia nonna che quando le facevano un regalo lo apriva facendo attenzione a non rompere la carta e poi diceva, lo tengo lì, dovessi fare un regalo. E quando abbiamo svuotato casa sua c’erano in un cassetto, piegate, senza una grinza, tutte le veline che fasciavano le arance. Magari servono. Maniman. Ma lei aveva visto due guerre, forse era giustificata. Io no. Io sono un po’ stufa della vocina maniman che non tace mai e mi dice frena, rallenta, non esagerare, ma devi proprio farlo? Ma devi proprio andare? Ma devi proprio vivere?

Quindi per salutare un anno che non posso dire brutto, sono altri gli anni brutti, ma faticoso sì, con case svuotate, case vendute, case acquistate, cambi di vita, lavoro a cottimo; per onorare il nuovo che arriva, mentre preparo una torta di vedure da portare alla cena di stasera con un pugno di amici belli, e mi dispiace perché qui a Milano non trovo mai la prescinsêua; mentre sono qui che aspetto come Lunaspina, io le candele le accendo tutte. Prendetelo come il primo dei buoni propositi per il 2012.

E come direbbe Novecento, in culo anche al maniman.

Propositi funambolici per l’anno nuovo

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Con la purezza il movimento non ci perde, ci guadagna. Posso passare ore a curare un dettaglio. Mi accorgo che un gesto già fatto infinite volte ha ancora infinite possibilità, infinite promesse.

Ho capito che qualunque attività diventa più soddisfacente se ci si dedica corpo e anima. Io mi lascio coinvolgere completamente, sia che che tiri di scherma o lavori il legno, faccia il giocoliere o tenga una conferenza: la mia mente è tutta lì, il mio corpo tutto lì.

Questo lo ha detto Philippe Petit in un’intervista fatta da Gabriele Romagnoli per Vanity Fair, un paio di mesi fa. Una persona che mi piace che ne intervista un’altra che mi piace, mio premio personale Intervista dell’anno 2009. Molti conosceranno Philippe Petit perché recentemente è stato ospite da Fazio (ah la tv, si esiste solo se si va in tv, eccetera). Comunque,  è il funambolo, per descriverlo in modo riduttivo, che fra le altre cose ha passeggiato fra le guglie di Notre Dame e fra le Torri Gemelle buonanima. E ha scritto un magnifico libro, leggero come la sua arte, Trattato di Funambolismo, da leggere come un saggio filosofico. Bonus: il libro ha una splendida prefazione di Paul Auster, e giù con la gente che mi piace. Minus: l’ultima edizione, adocchiata in libreria, ha una fascetta rossa che strilla: “Ospite di Fabio Fazio”, come fosse un incentivo a comprarlo e un aiutino per riconoscerlo, e probabilmente lo è davvero. Da un altro suo libro, Toccare le nuvole, è stato tratto il documentario Man on Wire, Oscar 2009, che consiglio caldamente.

Insomma nella frase che ho citato in apertura ci sono due concetti bellissimi, che inseguo da una vita. Il primo è quel gesto ripetuto infinite volte che ha ancora infinite possibilità. Petit lo dice a proposito del suo allenamento, continuo e costante, per essere in grado di danzare sul filo. Ma potrebbe essere lo stesso per qualunque lavoro, qualunque impegno. Certo, obietterete, lui deve essere allenato e concentrato, altrimenti si spatascia al suolo. Ma in realtà conosco persone che svolgono lavori meno pericolosi e meno eccitanti, e lo fanno con passione e cura ammirevoli. Io, invece, mi annoio. Mi stanco. Sono incostante anche nelle cose che amo, figuriamoci in quelle che devo fare per obbligo. E invece vorrei tanto, per questo nuovo anno, saper trovare la bellezza nei gesti ripetuti, nel quotidiano, nel già visto.

L’altro è quello che una mia ex capo riassumeva efficacemente nella frase Wherever you are, be there. E anche lì, sono carente. Quella sensazione di cui parla Petit: “la mia mente è tutta lì, il mio corpo tutto lì”, l’ho provata davvero raramente. Ne parlavo già due anni fa ma evidentemente non ho risolto granché.  Molto spesso, qualunque sia la situazione in cui mi trovo, penso che vorrei essere in un’altra. In un altro posto, a fare altre cose, con altra gente. E poi magari anni dopo rimpiango quella situazione dalla quale, al momento, volevo fuggire. Ecco, io spero per quest’anno di riuscire a vivere pienamente le situazioni senza farmele scivolare addosso mentre ne inseguo altre. E lo auguro a voi tutti, di essere presenti in ogni momento. Anche in quelli che non vi piacciono; essere presenti spesso è l’unico modo per capire, reagire e cambiare scenario.