Vorrei essere alta, magra e col famoso “metabolismo veloce”;
Vorrei evitare di foraggiare tutte le palestre di Milano e zone limitrofe per poi andarci volte una;
Vorrei avere costanza e spalmarmi tutte le creme antiqualcosa quotidianamente, anziché incatramarmi con sette unguenti una sopra l’altro una volta al mese e poi dimenticarmene per i restanti 30 giorni;
Vorrei, in alternativa, evitare di accendere mutui in profumeria per l’acquisto delle inutili creme di cui sopra;
Vorrei trovare una scarpa tacco dodici, ma anche meno, che non faccia male dopo un’ora;
Vorrei avere tempo e voglia di massaggiare, epilare, strofinare, lisciare, mettere in piega ogniqualvolta è necessario;
Vorrei evitare di essere sempre in ritardo e uscire con le occhiaie e i capelli afro che hanno assorbito tutta l’umidità di Milano;
Vorrei prepararmi i vestiti alla sera;
Vorrei avere borse con contenuto minimalista e non trovarci dentro tabacco sbriciolato, carte di caramelle, matite per occhi spuntate, scontrini e rossetti impanati con il tabacco di cui sopra;
Vorrei possedere un’eleganza naturale;
Vorrei saper rinunciare all’ennesimo bicchiere di vino bianco, che mal si accorda con il mantenimento dell’eleganza naturale;
Vorrei essere più organizzata;
Vorrei sapere sempre cosa preparare per cena;
Vorrei non aver dovuto scegliere tra maternità e lavoro;
Vorrei, dopo aver scelto, non continuare a oscillare pensando che l’altra scelta sarebbe stata meglio;
Vorrei iscrivermi ad almeno uno dei cinquanta corsi che medito di seguire da dieci anni;
Vorrei mettere in ordine le fotografie;
Vorrei pensare, credendoci: “Ehi, è solo un altro paio di scarpe. Non è la felicità”;
Vorrei riuscire a dedicarmi solo a una cosa per volta;
Vorrei invecchiare con grazia e non con angoscia;
Vorrei non essere tormentata da sensi di colpa nei confronti di mia figlia, di mio marito, dei miei genitori, degli amici, di ogni cosa che si muova nel globo terracqueo;
Vorrei aver tagliato, ma sul serio, il cordone ombelicale con i miei genitori;
Vorrei smetterla di autocensurarmi;
Vorrei trovare un equilibrio tra l’ansia che mi prende quando mia figlia non è con me e la sensazione di soffocamento di quando è con me tutto il giorno;
Vorrei smetterla di pensare che il mondo è sulle mie spalle e imparare a fregarmene, giusto un po’;
Vorrei recuperare la leggerezza.
Vorrei, infine, essere nata uomo, cosa che renderebbe molti di questi “vorrei” del tutto superflui.
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Perdonatemi la citazione, vecchia e di livello infimo, ma a me d’estate viene sempre in mente questo paragrafo tratto da Bridget Jones:
Essere una donna è peggio che essere un contadino… è un continuo potare e spruzzare antiparassitari: ci sono le gambe da depilare, le ascelle da rasare, le sopracciglia da strappare, i piedi da strofinare con la pietra pomice, la pelle da esfoliare e idratare, i punti neri da schiacciare, le radici dei capelli da colorare, le ciglia da tingere, le unghie da curare, la cellulite da massaggiare, gli addominali da esercitare… L’intero processo è cosi armonico che basta trascurarlo qualche giorno perché vada tutto in vacca. A volte mi chiedo come sarei se lasciassi fare alla natura: con una barba folta e i baffi a manubrio da ciascun ginocchio in giù, le sopracciglia a cespuglio incolto, la faccia come un cimitero di cellule morte, un’eruzione di punti neri, le unghie lunghe ed adunche come quelle di un’arpia, cieca come un pipistrello e tutti gli animali delle specie inferiori in quanto senza lenti a contatto e con un corpaccione flaccido che mi tremola tutt’intorno. Come meravigliarsi che le donne non si sentano sicure di sé?
Perché se essere una donna è già difficile d’inverno, d’estate, con tutta quella pelle esposta, quelle braccia e gambe nude, quei piedi al vento, sembra impossibile. (Perché d’inverno è meglio, la donna è tutta più segreta e sola, tutta più morbida e pelosa e bianca, afhgana, algebrica e penosa, dolce e squisita, è tutta un´altra cosa… canta giustamente il poeta)
Per questo mi farebbe piacere sapere, ma voi, quanto tempo ci mettete a rendervi pesentabili prima di uscire? Quante cose dovete fare prima di sentirvi sicure e tranquille (se mai fosse possibile?).
Non so, fate presto, solo un po’ di trucco e una pettinata? Oppure ci date giù pesante, che “stucco e pittura fan bella figura”, come dicono a Genova? Piega con spazzola e phon o piastra ogni mattina, la ricerca affannosa degli orecchini giusti, il rossetto, lo smalto sempre perfetto, un paio di cambi di look prima di decidervi? O ancora, e qui esploriamo vette inusitate, la crema anticellulite tutti i giorni, quella per il décolleté due volte al giorno che non si sa mai, la lisciapiedi, la nutrimani, la sbiancaunghie, l’impacco contro le doppie punte, lo scrub corpo, quello per il lo viso?
Insomma, quanto tempo dedicate a prepararvi, in tutti i sensi e per tutte le occasioni? Qual è la routine giornaliera e quali le azioni-urto quando avete un po’ più di tempo, if any?
No, perché io ho fatto due conti, ho dato un’occhiata alle creme sullo scaffale ch emi guardano tristi e abbandonate e ho concluso che avrei bisogno di un’altra vita.
Tags: bellezza, cosmetici, donneI ragazzi che non trovano lavoro. Che sopravvivono tra stage, cococo, cocopro. Niente mutui, niente progetti di vita, niente futuro apparente. Quelli che lavorano sul web, quelli che “fanno contenuti”. Sì ma no, ma, però, allora li assumiamo, no attenzione, c’è il Cdr*, se fanno contenuti devono avere il contratto giornalistico, ma col cavolo che gli editori fanno ancora contratti giornalistici, si tengono quelli che già ci sono e sono già troppi e magari non mettono i link perché non è di loro competenza, allora per evitare casini non li assumiamo e stop, altro giro, altro cococo.
Le non più ragazze che il lavoro ce l’hanno e ce l’hanno da anni e si chiedono se è questo quello che vogliono fare nella vita. Per tutta la vita. Il cartellino da timbrare che improgiona la mente in un foglio excel di entrate e uscite e se non hai il cartellino è peggio, ché finisci a far più ore dell’orologio ma non va bene lo stesso, perché in Italia vince chi scalda la sedia più a lungo, chi si fa vedere dal capo vagare fra i corridoi fino alle 8 di sera, non chi porta i risultati, indipendentemente da dove lavora. La routine incessante, dal mattino alla sera, che mangia le giornate, le idee, che non offre più stimoli. Le riunioni inutili, i fiumi di parole, le decisioni che non vengono prese, le responsabilità che scivolano via, il navigare a vista, la confusione, i progetti senza capo né coda, la convinzione che per “fare internet” siano sufficienti due persone, magari un paio di stagisti, intanto basta schiacciare un bottone e fa tutto da solo, no?
E poi le priorità che cambiano ogni mattina, le deadline assurde, i nuovi capi che si presentano e ci tengono a chiarire “Io, di internet, non capisco niente”, come fosse una medaglia al valore.
Viene davvero voglia di mollare tutto, darsi ancora una chance, viaggiare, frequentare tutti i corsi che prima o poi li faccio, sperimentare, cercare un’altra via, andare avanti senza porsi troppe domande e troppi obbiettivi, ridurre le spese, tanto compriamo compulsivamente solo per lenire sofferenze e frustrazioni di una vita che non ci piace più, che non ci somiglia più, e forse se vivessimo diversamente non avremmo così bisogno dell’ennesima borsa e dell’ennesimo paio di scarpe. Così, finché non finiscono quei quattro soldi che abbiamo messo da parte, e magari prima che finiscano abbiamo trovato la nostra strada.
E quindi chi il lavoro fisso non ce l’ha lo vorrebbe, chi ce l’ha muore di noia, pensa magari mollo tutto, pensa magari vado all’estero, ma all’estero, come disse mio bisnonno a mio nonno quando voleva partire per l’Argentina, “Cosa ti credi, non ci sono mica le viti legate con le salsicce”, e meno male che gliel’ha detto così si è fermato a Genova ed è nata mia mamma e poi sono nata io.
E c’è chi fa un figlio e viene guardata con sospetto quando rientra al lavoro, le mezz’ore misurate con il bilancino. “Ma come, non lavoravi sul web, tu? Ma come, e la flessibilità, e il telelavoro, e il mondo che è il tuo ufficio, e gli spot con quelli in camicia che lavorano da uno scoglio a picco sul mare?” “Eh no, se esco un’ora prima mi guardano storto.” “Ah, ecco.” E via a camminare sul filo tutto il giorno per ridursi a fare tutto male – l’impiegata, la moglie, la madre, la persona – e chiedersi se alla fine ne vale la pena e andare a ingrossare le fila di quelle che quasi quasi mollano tutto, almeno hanno un motivo, almeno hanno un alibi, almeno hanno una scusa, hanno fatto un figlio, non hanno bisogno di arrampicarsi sugli specchi per spiegare a genitori, mariti, amici basiti perché mollano il posto fisso, che con questa crisi, signoramia. Come se servisse un alibi per dire: basta, sono stufa, vado a riprendermi la mia vita, ora che ci penso mi è venuto in mente che ne ho una sola, e non c’è l’eternità davanti.
E quindi niente, meno male che tra un po’ ci sono le vacanze.
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*Comitato di redazione. Solitamente serve a tutelare diritti acquisiti perlopiù anacronistici senza vedere le decine e decine di collaboratori pagati come stagisti, che lavorano però come redattori assunti.



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