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Per la giornata contro la violenza sulle donne, smettiamo di farci male da sole

Forse quest’anno sono più pessimista del solito, o forse solo stufa.
Però la colata di ipocrisia che precede la Giornata contro la violenza sulle donne (25 novembre) mi sembra ancora meno tollerabile.
Servizi al telegiornale, sì, articoli infiniti, dossier, prese di posizione da parte di donne famose, schieramenti di direttrici di giornali, video, blog e tutta la paraphernalia delle occasioni socialmente utili.
E poi? Poi il silenzio per altri 364 giorni, il femminicidio che continua, le botte, i soprusi, le dsparità di trattamento eccetera eccetera.
Lo so: non fare nemmeno quello, ossia il pubblico endorsement per dire che no, non vogliamo più la violenza contro le donne e che sì, siamo tutte dalla stessa parte, ci vogliamo tanto bene e reagiremo con dignità e forza al prossimo schiaffone, forse è peggio, d’accordo. Però insomma, quest’anno, visto che di farla passare proprio sotto silenzio non mi andava, partirei dalle cose piccole, da quelle vicine a noi, quelle che realmente possiamo controllare.
Quindi: smetterei (almeno) di farci violenza da sole.
Smettendo di autoimporci canoni da superwoman isteriche che pretendono di fare quattro cose insieme, tutte al meglio, e si colpevolizzano se gliene viene male una.
Posando a terra il mondo che ci carichiamo sulle spalle ogni mattina, per poi lamentarci che è pesante. Magari così scopriremo che lui, il mondo, va avanti benissimo anche da solo.
Se proprio non riusciamo a vedere le altre donne come amiche e alleate (a volte è davvero difficile, ne convengo), smettendo almeno di giudicare, stigmatizzare, accusare, triturarle per qualunque scelta facciano. Fanno figli, non ne fanno, li allattano, mischiano la polvere nel biberon, fanno carriera, non la fanno, hanno 350 uomini, hanno fatto voto di castità, sono lesbiche, fanno Power Yoga, tradiscono il marito con l’idraulico (sempre che ne abbiano trovato uno libero), credono nella Kabbalah, fanno le perpetue, ma a voi, diosantissimo, che cavolo vi frega? A noi tutte, che c’importa? Non diciamo sempre che abbiamo così tanto da fare? Possibile che invece il tempo di giudicare le altre lo troviamo sempre?
Smettendo di salmodiare “Qui, devo fare tutto io”, continuando però a farlo. Smettendo, semplicemente di farlo (e accettando in cambio di non essere e non sentirsi più così indispensabili. Perché a volte è quello, che brucia).
Smettendo di annullare la nostra autostima inseguendo canoni estetici falsati e irraggiungibili.
E ancora, ancora, ancora. Perché queste sono solo le prime autopunizioni che mi vengono in mente, ma ognuna di noi ha il suo personalissimo modo di flagellarsi, ne sono certa.

Sono piccole, piccole cose. Magari però se smettiamo di prenderci a botte (metaforicamente e non) da sole e le une con le altre, avremo più forza per combattere anche quelle che arrivano da fuori.

Tags: donne contro donne, giornata contro la violenza sulle donne

Contro la dittatura del tiralatte

Quando ci sono passata, ci ho provato, a dire che non è proprio un giardino di delizie. Ma lievemente, con ironia, perché mi avevano già fatto a pezzi le paladine dell’allattamento a tutti i costi, facendomi sentire una madre fallita e una pessima persona.
Non voglio certo mettere qui in discussione i benefici dell’allattamento al seno, né criticare chi lo fa, anzi. Solo, mettere sul piatto anche altri punti di vista. O altre necessità. Come quelli espressi recentemente da Hanna Rosin su The Atlantic.
L’allattamento al seno, scrive la Rosin nel suo lungo e documentato pezzo, oggi non è un’opzione; è un obbligo assoluto. Anche quando la madre, come avviene negli Usa, deve tornare a lavorare poche settimane dopo il parto, sottoponendosi più volte al giorno a estenuanti rituali con la pompetta tiralatte, per comprarsi così il diritto a uscire di casa. Un obbligo decretato dalle stesse madri che, racconta la Rosin, stigmatizzano con orrore le loro simili che, per carenza di latte o libera scelta, preferiscono l’artificiale. E demolisce, ricerche mediche alla mano, i pregiudizi che vogliono l’allattamento al seno infinitamente superiore rispetto al biberon.
Spalleggiata da Judith Warner del New York Times (e autrice di Perfect Madness: Motherhood in the Age of Anxiety) che, nel suo blog, ringrazia la Rosin di aver sollevato la questione, si scaglia contro le pompe tiralatte e, pur da madre che ha allattato le sue figlie, si chiede se non abbiamo esagerato con il mantra del seno-a-tutti-i-costi:

Is it at long last possible – on this side of the Atlantic – to suggest that we’ve maybe taken “breast is best” a bit too far? That a mother’s need for some semblance of physical dignity is perhaps a right worth respecting? (…) Why do we, as women, accept all the guilt and pressure about breast-feeding that comes our way instead of standing up for what we need in order, in the broadest possible sense, to nourish and sustain ourselves and our families?

In fondo, basterebbe così poco: basterebbe rispettare le scelte altrui, cosa che noi donne, quando si parla di gravidanza e figli, non siamo ancora capaci a fare.
Judith Warner inizia il suo pezzo scrivendo, a proposito delle madri che scelgono l’artificiale: “In altri tempi, in altri luoghi, le avrebbero bruciate sul rogo, come streghe”. Forse negli Usa quell’epoca non esiste più, o quasi. Da noi mi sembra che le fiamme dei roghi metaforici siano sempre pronte per le madri che si allontano dal comune sentire.

Tags: allattamento, donne contro donne, madri, neonati, tiralatte

Invidiose noi? Ma dai

Incontro un’amica che non vive più a Milano e quindi vedo raramente. Però lei si aggiorna sulla mia vita leggendo il blog, e quindi mi chiede:

“Allora, com’è Raoul Bova dal vivo?”
“Beh, niente male davvero. Alto, occhi azzurri, due spalle così…”
“Ah sì sì capisco, un uomo vero, come Alessandro Preziosi…”
“E dove l’hai visto Preziosi?”
“Quest’estate era mio vicino di sdraio a Forte dei Marmi. C’era la Puccini con i genitori e la bimba, no? E lui arrivava tutti i venerdì, come un impiegato medio…”
“Ma dai! E quindi, com’è? E lei?”
“Mah guarda, lei bel viso, ma niente di che: un ragnetto, piccola, magrissima, poi sempre da sola, non parlava con nessuno perché chissà? Voleva fare la diva. E per esigenze di copione non poteva abbronzarsi, per cui era sempre intabarrata dalla testa ai piedi e con uno strato di crema sulla faccia alto due dita. Insomma a noi altre mamme della spiaggia faceva quasi pena. Poi però…”
“Però?”
“Eh, poi il venerdì arrivava il Preziosi, si metteva in costume, nuotava un po’ e faceva venire il torcicollo a tutte a forza di guardarlo. Insomma a pensare che lei se lo trovava nel letto fino al lunedì, beh, ci faceva molta meno pena”.

Non fa un plissé.

Tags: attori, bellezza, donne contro donne, raoul bova




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