Giornalismo, giornalisti

Gabriele Romagnoli intervista per Vanity Fair Gay Talese. Che è un signore di 78 anni e, come si dice in questi casi, ha fatto la storia del giornalismo statunitense. Scrivendo, fra l’altro, un pezzo su Frank Sinatra giudicato “il migliore nella storia di Esquire“. Così, tanto per inquadrare il soggetto se non ne avete mai sentito parlare. Se volete approfondire, trovate tutto qui.

Romagnoli gli chiede di cosa si stia occupando ora, lui risponde che sta raccogliendo informazioni su una cantante d’opera russa e aggiunge:
“L’ho seguita a Mosca, a Buenos Aires, raccolto una marea di appunti. Ne scriverò per il New Yorker, ho mandato una proposta di due cartelle e me l’hanno approvata”.
Sarebbe a dire? (chiede Romagnoli, stupito come me mentre leggevo). Lei è Gay Talese, ha fatto la storia del giornalismo, ha scritto il pezzo considerato migliore in settant’anni di Esquire e ancora deve convincere qualcuno che la sua idea per un articolo è buona?
Qui funziona così ed è giusto così.

Possono sbagliarsi?
Sì, ma potrei sbagliarmi anche io.

E con questo, non ho altro da aggiungere sull’argomento del titolo.

Propositi funambolici per l’anno nuovo

petit

Con la purezza il movimento non ci perde, ci guadagna. Posso passare ore a curare un dettaglio. Mi accorgo che un gesto già fatto infinite volte ha ancora infinite possibilità, infinite promesse.

Ho capito che qualunque attività diventa più soddisfacente se ci si dedica corpo e anima. Io mi lascio coinvolgere completamente, sia che che tiri di scherma o lavori il legno, faccia il giocoliere o tenga una conferenza: la mia mente è tutta lì, il mio corpo tutto lì.

Questo lo ha detto Philippe Petit in un’intervista fatta da Gabriele Romagnoli per Vanity Fair, un paio di mesi fa. Una persona che mi piace che ne intervista un’altra che mi piace, mio premio personale Intervista dell’anno 2009. Molti conosceranno Philippe Petit perché recentemente è stato ospite da Fazio (ah la tv, si esiste solo se si va in tv, eccetera). Comunque,  è il funambolo, per descriverlo in modo riduttivo, che fra le altre cose ha passeggiato fra le guglie di Notre Dame e fra le Torri Gemelle buonanima. E ha scritto un magnifico libro, leggero come la sua arte, Trattato di Funambolismo, da leggere come un saggio filosofico. Bonus: il libro ha una splendida prefazione di Paul Auster, e giù con la gente che mi piace. Minus: l’ultima edizione, adocchiata in libreria, ha una fascetta rossa che strilla: “Ospite di Fabio Fazio”, come fosse un incentivo a comprarlo e un aiutino per riconoscerlo, e probabilmente lo è davvero. Da un altro suo libro, Toccare le nuvole, è stato tratto il documentario Man on Wire, Oscar 2009, che consiglio caldamente.

Insomma nella frase che ho citato in apertura ci sono due concetti bellissimi, che inseguo da una vita. Il primo è quel gesto ripetuto infinite volte che ha ancora infinite possibilità. Petit lo dice a proposito del suo allenamento, continuo e costante, per essere in grado di danzare sul filo. Ma potrebbe essere lo stesso per qualunque lavoro, qualunque impegno. Certo, obietterete, lui deve essere allenato e concentrato, altrimenti si spatascia al suolo. Ma in realtà conosco persone che svolgono lavori meno pericolosi e meno eccitanti, e lo fanno con passione e cura ammirevoli. Io, invece, mi annoio. Mi stanco. Sono incostante anche nelle cose che amo, figuriamoci in quelle che devo fare per obbligo. E invece vorrei tanto, per questo nuovo anno, saper trovare la bellezza nei gesti ripetuti, nel quotidiano, nel già visto.

L’altro è quello che una mia ex capo riassumeva efficacemente nella frase Wherever you are, be there. E anche lì, sono carente. Quella sensazione di cui parla Petit: “la mia mente è tutta lì, il mio corpo tutto lì”, l’ho provata davvero raramente. Ne parlavo già due anni fa ma evidentemente non ho risolto granché.  Molto spesso, qualunque sia la situazione in cui mi trovo, penso che vorrei essere in un’altra. In un altro posto, a fare altre cose, con altra gente. E poi magari anni dopo rimpiango quella situazione dalla quale, al momento, volevo fuggire. Ecco, io spero per quest’anno di riuscire a vivere pienamente le situazioni senza farmele scivolare addosso mentre ne inseguo altre. E lo auguro a voi tutti, di essere presenti in ogni momento. Anche in quelli che non vi piacciono; essere presenti spesso è l’unico modo per capire, reagire e cambiare scenario.

I gatti della mia vita

Due coincidenze accadute in questi giorni, un bellissimo articolo del mio adorato Gabriele Romagnoli su Vanity Fair (purtroppo non lo trovo online) e un post di Edoardo Montolli su Grazia, oltre a commuovermi profondamente, mi hanno fatto pensare ai gatti della mia vita.
Avevo sei anni quando mio papà, portandomi a casa da scuola, mi disse che aveva trovato un gattino affamato e infreddolito e lo aveva portato a casa. Il micio, rosso tigrato, bellissimo, venne battezzato Minou perché ancora non eravamo molto pratici; non avevamo capito (o era troppo presto per capire) che era un maschio. Purtroppo restò con noi solo per poco, ce lo portò via una malattia dopo poco più di un anno, e io di quel periodo ho solo un ricordo confuso. Minou il secondo fu scelto da mia madre un giorno d’autunno, in un fienile in campagna, solo perché assomigliava come una goccia d’acqua al primo. Portato a casa, mangiò così tanto da stare male immediatamente dopo. La fame è brutta.
Stette con noi dieci bellissimi anni, guardandoci con quegli occhi gialli tondi e buoni. Era il gatto più buono del mondo. Se ne andò un’estate, in pochi giorni, a tradimento, come spesso fanno i gatti, che stanno bene, saltano come matti, poi improvvisamente non mangiano, iniziano a bere troppo, li porti dal veterinario, questo scuote la testa e tu dici, ma come? Due giorni fa stava bene, e ora…? Io ero in vacanza. Tornai e fu la prima cosa che mi disse mia madre quando scesi dal treno. Ancora adesso quando sono via ho il terrore che succeda qualcosa ai gatti e che nessuno me lo dica finché non arrivo.
Ma fino a Minou secondo i gatti erano più dei miei genitori che miei.
Poi arrivò Samantha, ebbene sì con il “th”, che raccolsi piccola come un pugno, una notte di tempesta, ed era così minuscola da non riuscire a prendere il biberon, bisognava nutrirla con una fettuccia intrisa nel latte. Lei fu la mia prima vera gatta. Scelta, presa, imposta, tenuta. Una bellissima gattona scaglia di tartaruga. Io avevo dodici anni. Lei mi seguiva tutte le mattine finché non entravo a scuola. All’una la trovavo fuori e tornavamo a casa insieme. Una volta entrò nella palestra della scuola per stare con me. Intelligentissima. Occhi verdi obliqui da siamese. Zampe forti. Mantello bellissimo, come fosse caduta in un secchio pieno di mille colori diversi. Brusca, una vera gattaccia di strada, golosa di croste di formaggio e torte di verdura. Niente moine, niente smancerie. Al limite, se proprio eri nelle sue grazie, una zampetta appoggiata sulla tua gamba mentre si guardava la tv.
Fu parte della famiglia per diciassette anni. La sorella che non ho mai avuto. Ora è sepolta in campagna sotto un noce, ultima culla di tutti i nostri gatti.
Gala e suo fratello Mirtillo sono stati i gatti del ritorno. Rientrata da Londra per restare, volevo marcare la mia nuova vita stanziale con due gatti finalmente solo miei, da portare nella mia casa. E sono arrivati loro. In realtà è arrivata lei, Gala, perché il gattone rosso Mirtillo è rimasto ospite a Genova. In mezzo, Ago il reietto, trovato a Varazze più morto che vivo, uno straccetto nero che a malapena alzava la testa per protestare il suo fiato di vita, con il veterinario che allargava le braccia, “Parassiti, vermi, otite, rinite, denutrizione, dimmi una malattia che possa avere un gatto e lui ce l’ha, comunque proviamo a curarlo, dai, vediamo”, e adesso è una pantera nera e lucida dagli occhi gialli, una meraviglia di gatto, un miracolo. Ma il cuore è Gala, Gala la mia palla di pelo piena di problemi, quattro anni di cure, amore assoluto, dedizione, chiacchierate, dormite sul mio cuscino, petto di pollo, viaggi in auto Milano-Genova sempre insieme, due occhi rotondi enormi colmi di una saggezza e un affetto che non esistono altrove. Perderla all’improvviso, di nuovo a tradimento, è stato un dolore da non mangiare, non dormire, girarsi e vederla in ogni angolo della casa, chiudere fuori casa il sole d’agosto e piangere, pensare che non sarebbe mai stata al mio matrimonio con il fiocchetto bianco come me l’ero immaginata tante volte, dirsi ancora una volta basta, mai più, mai più un altro gatto, mai più soffrire così.

E ora invece c’è Luna e mi riempie di nuovo la vita, e alla fine è giusto così, perché se nasci con i gatti, senza gatti non sai stare.