La tragedia di Brindisi e le assurdità di contorno

Fate conto che prima ci sia un pensoso cappello introduttivo sull’enormità della tragedia di Brindisi. Non ho parole, nessuno ne ha, nessuno forse ne dovrebbe avere.
Parliamo di piccole cose a margine.

Mi ha dato fastidio la pubblicità inserita dai maggiori quotidiani online, quella manciata di secondi prima del video amatoriale girato a Brindisi pochi minuti dopo la bomba che ha ammazzato una ragazza e ferito gravemente studenti.
Livia Iacolare parla di moralismo

 

E probabilmente ha ragione lei. Forse è vero che la pubblicità è così ovunque che ormai non la vediamo più. Questa volta però l’ho vista e mi ha dato fastidio, un fastidio magari irrazionale, magari inutile. Non è certo la prima volta che si dibatte sugli infelici accostamenti, che online colpiscono ancora di più, tra gli sfondi pubblicitari dei quotidiani e i contenuti tragici degli stessi. Per dettagli, c’è l’ottimo Mediamondo.
Si poteva evitare? Secondo me sì, come tutte le altre volte in cui è successo.

Poi, le foto. C’era davvero bisogno di pubblicare le foto della ragazza uccisa, foto bellissime, sorridenti, piene di sole?
Gianni Riotta pensa che non pubblicare le foto sarebbe accontentare i criminali, che vogliono silenzio.


Lasciamo pure stare la Carta di Treviso, che tutela l’immagine dei minori nei media, uno dei documenti più citati e più negletti al mondo – d’altronde le foto erano pubblicate liberamente su Facebook senza filtri di privacy, si suppone che la ragazza fosse d’accordo a regalarle ai giornali in caso di morte prematura e in ogni caso non ce lo può confermare. Io penso solo che tra il silenzio e l’indulgere nello slide show acchiappa clic – non raccontiamocela, sappiamo bene tutti come e quanto funzionino certe cose – ci sia una misura che anche il diritto di cronaca dovrebbe rispettare. Ringrazio Guia Soncini per aver postato la sua bellissima intervista a Natalia Aspesi, che non avevo mai visto. La Aspesi ci ricorda che il giornalismo del dolore non è certo nato con Facebook e che, tempo fa, lei per prima non esitava a piangere insieme ai parenti dell’assassino o della vittima per sottrarre un’unica, preziosissima foto. Oggi, neppure lo sforzo di due lacrime finte per costruire un’intera fotogallery che domani sarà tra “Le più cliccate!”, basta un rapido gioco di polso per il copia incolla. Nemmeno chiederle ai genitori in lacrime, nemmeno guadagnarsela.

Infine, l’assurda, incomprensibile guerra tra genitori e non. Anzi, come spesso succede, tra madri e no, nel parlare di questa tragedia.

 

Questa polemica, finta o vera che sia, dà la misura della follia. Il diritto di cronaca, il diritto di satira, il diritto alla wittiness a ogni costo.

Io, per esempio, soffro di più perché sono madre, a leggere di ragazzini fatti a pezzi mentre stavano entrando a scuola? Cinque anni fa, me ne sarei fregata? Oggi, penso che chi non è stato cristianamente benedetto da un figlio non possa capire?
Ovvio che avendo un figlio entrano in gioco pensieri prima non mi avrebbero nemmeno sfiorata. E’ fisiologico, pensi cosa che non ti sarebbero mai venute in mente (e sì, stavi molto meglio prima). Le foto scattate in momenti felici sbattute su un giornale a sancire la morte di una figlia, il pensiero di cosa avrebbe detto lei a vedersi lì, il terrore che ti prende sapendo che potrebbe succedere alla tua, la consapevolezza di essere impotente e non poterla proteggere da eventi così assurdi.

E’ diverso, non più o meno. Scattano pensieri, associazioni mentali, paure differenti. Non ci sono dei sacchetti di dolore da distribuire, medaglie al valore, sofferenze che valgano di più o di meno, capire o non capire. E’ dificile capire se non hai capito già. E’ retorica dire che i figli di un paese sono i figli di tutti, ma dovrebbe essere così. Perché non penso di aver diritto a un sovrappiù di sofferenza, essendo madre. E allo stesso modo non credo che chi di figli non ne ha soffra di meno, qualunque cosa questo voglia dire, leggendo dei fatti di Brindisi.
O se è così, ha ben altri problemi da risolvere.

Il mio festival del giornalismo al femminile

Sul festival del giornalismo ho poco da dire di nuovo: eccezionale il programma, grandissima l’energia, incredibile, quest’anno più che mai, la forza di Arianna Ciccone, nonostante tutto presente ovunque, alla reception agli incontri al palco ieri sera con Ezio Mauro – che ha smentito la nomina di Lilli Gruber come direttore dell’Huffington Post italiano e ha auspicato l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti.
Purtroppo, per vari noiosi motivi mi sono fermata pochissimo e non ho salutato molte belle persone che varei voluto vedere. E ho perso panel interessantissimi; per fortuna il flusso di informazioni sull’hashtag #ijf12 e sul sito ufficiale è incessante e mi permette di seguire quasi tutto anche da casa.
Però mi sono divertita molto a moderare il mio panel sul Net feminism (al link trovate anche il video integrale dell’incontro), creato nei mesi scorsi insieme a relatrici d’eccezione come Marina Petrillo di Radio Popolare (twitter: AlaskaRP), Raffaella Menichini di Repubblica (twitter: menicr), Serena Danna del Corriere – La lettura (twitter: serena_danna) che con questo pezzo ci ha offerto lo spunto iniziale. Continue reading

Il Guardian e un giornalismo davvero open

Lo scorso weekend sono stata a Londra per seguire il Guardian Open Weekend, una due giorni piena di incontri (unico appunto: forse un po’ troppi!), dibattiti, chiacchiere intelligenti sul futuro del giornalismo online e in particolare del Guardian. Open era il nome, open è stato: oltre agli speech, i giornalisti del Guardian giravano tra la loro sede il King’s Space, distante pochi metri, riconoscibili grazie a un badge blu ed erano disponibili – ma davvero – a rispondere a ogni domanda, da “non riesco a collegarmi a twitter” a “tra quanti anni la carta sparirà?”.
Prima considerazione: portare circa 5.000 visitatori – paganti – a seguire incontri sul presente e futuro del giornalismo, in uno dei pochi weekend di caldo e sole a Londra, è un risultato non da poco. Il pubblico era misto: qualche addetto ai lavori, molti giovani e studenti di giornalismo, molti lettori e abbonati del Guardian di tutte le età. Per loro stessa ammissione quelli del Guardian hanno copiato la formula da Libération; sarei curiosa di sapere quanti lettori e interessati potrebbe raccogliere un’iniziativa del genere in Italia. Continue reading