Mille anni fa, un amico e collega ci fece molto ridere, a noi gruppo di lavoro multiregionale, indicando il Duomo e autodefinendosi “Più milanese di quella signora lassù, quella vestita d’oro”.
Io allora, neomilanese per necessità, non riuscivo a capacitarmi di come qulacuno potesse amare Milano. In due anni, non avevo passato nella presunta capitale morale neppure un weekend. Affrontavo tragici ritardi griffati Trenitalia, code in autostrada (e allora avevo una Panda celestina, rigorosamente senza aria condizionata), camionisti, caldo d’estate e pioggia battente d’inverno per tornare a Genova, a casa, il venerdì sera. E per ripartire depressa il sabato mattina.
Niente.
Ci sono voluti dieci anni, un matrimonio, una figlia, amici belli, tanti weekend passati qui perché di muovermi con una neonata proprio non ne avevo voglia, per scoprire la città che mi aveva accolto (e pure bene, ingrata che ero: un bel lavoro, una bella casa, una bella vita) dieci anni prima.
C’è voluto, adesso, un mese passato in Liguria, che continuerò ad adorare perché è bellissima, perché profuma, perché è casa, per scoprirne però tutti i suoi limiti di mentalità, di arretratezza, di vecchiaia. Per sorprendermi a tratti pensare “come una milanese”, sbuffando per i disservizi, la lentezza, le torte di riso finite. Per pensare alla regione in cui sono nata come un posto meraviglioso per un weekend o una vacanza, non per viverci. Non per far crescere una figlia. Per farmi tirare un sospiro di sollievo e di gioia quando sono tornata a Milano. E per capire finalmente che, se proprio devo vivere in Italia, questa è l’unica città dove vorrei stare.
Sono diventata milanese come quella signora vestita d’oro, eccetera.
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(Osservazione maturata in dieci anni di incessante andirivieni su e giù dal Turchino)
A Milano, fatta eccezione per i benzinai e per una cassiera dell’Esselunga (una sola, sempre la stessa, non so perché) mi danno tutti del lei, condendolo altresì con botte di “Signora” che mi piegano le ginocchia. Tutti e praticamente da sempre: non solo ora che, insomma, come età ci può anche stare (ma da fastidio lo stesso); anche quando, appena sbarcata in padania, ero una neolaureata ben lontana dai 30.
A Genova, al contrario, mi danno tutti del tu. E non solo i negozianti e le commesse che magari mi conoscono da anni: tutti. Con risultati quasi comici come io che entro e, formalissima, saluto: “Buongiorno signora, per caso avete…” e lei che mi risponde “Sì guarda, te lo vado a prendere subito”. E conseguente incrocio di saluti finali “Ciao – Buongiorno”.
Come spiegare questo strano fenomeno che mi turba il sonno?
1) Il tunnel del Turchino è, in realtà, un varco spazio-temporale che riporta il calendario indietro di dieci anni (magari);
2) L’aria di mare ringiovanisce all’istante per cui non appena metto piede sul suolo natio, il mio aspetto torna quello della neolaureata ben lontana dai 30 di cui sopra (magari bis, ma dubito; se così fosse, la già imponente transumanza del weekend verso la Liguria assumerebbe le proporzioni di un esodo);
3) Le sciure milanesi, vere o presunte tali, non amano le confidenze e si risentirebbero alquanto se venissero apostrofate con un “Ciao!” dal panettiere, per cui nel dubbio loro danno del lei a tutti gli esseri di sesso femminile dalla preadolescenza in su;
4) I genovesi, notoriamente oculati, risparmiano anche sui salamelecchi (e su una lettera).
Tags: genova, invecchiare, milanoEsco di rado e mi diverto ancora meno.
Disclaimer: chi non ama i post entusiastici, non legga. Gli altri lo filtrino attraverso la frase citata sopra, titolo opportunamente modificato di una canzone scritta tempo fa dal marito di un giudice di X-Factor.
Sono andata a trovare le ragazze di Donnamoderna.com che stanno seguendo le sfilate dalla loro Temporary Newsroom di via Durini 15 (passateci: vi truccano, vi offrono caffè e brioche e vi spiegano come funziona il sito. Vabbè, trucco e caffè accettateli, se del sito non ve ne frega niente potete sempre dire “certo, certo” e fuggire con la scusa dello shopping).

Insomma, c’era Milano come sempre incasinata per le sfilate, ma siccome era mattino, un po’ meno caotica del solito. C’era il sole e la gente pareva quasi meno incazzata del normale. Poi, visto che per superlavoro e altro non metto il naso fuori da Segrate da un po’, vedi citazione in alto, mi è piaciuto tutto. Le vetrine, le megabottiglie di Cocacola in Corso Vittorio Emanuele, gli artisti di strada con palme e banane per Camper, quelli con l’ombrello e impermeabile per Diesel, le sobrie scarpe (e stivali) di Pollini con tacco scultura turchese, le professioniste della moda che sciamano da e per le sfilate caracollando sul pavé con tacco 12 e vestitino nerolucido alle 11 del mattino, che se ne incontri tre insieme ti sembra Halloween in anticipo, e ovviamente gli stivali blu di Tod’s davanti ai quali (sono in vetrina, maledettiloro) ho sbavato per i soliti 5 minuti prima di andarmene per paura della security.
Poi sono andata all’Oasi delle farfalle con mia figlia, abbiamo raccolto le castagne di ippocastano contro l’influenza e i malanni di stagione e l’ho pure portata sul trenino. Perché di glamour ne avevo avuto abbastanza e noi donne di oggi abbiamo mille sfaccettature, che diamine.
Tags: milano, sfilate



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