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Riflessioni dopo due settimane di ignavia e fancazzismo

Dice, ma guarda che una come te, abituata a lavorare, poi si stanca a non fare niente per sempre, eh? Son belle perché sono vacanze, se fosse così tutta la tua vita, eeeh, la noia.
Allora. Ma di cosa stiamo parlando? Cosa state dicendo?
Ma smettiamola con questa liturgia del lavoro che nobilita, dell’ozio che è il padre dei vizi, della noia che come il Ciciarampa di Alice ci divorerebbe, non avessimo uno scopo, un obbiettivo, un lavoro che ci consumi.
Leggere, riflettere, passeggiare, fare sesso, mangiare e bere bene, dormire, chiacchierare, fare il bagno, vedere gli amici, giocare con i figli per chi ce li ha, passeggiare con il cane o accarezzare il gatto, prendere il sole, andare in bicicletta, fare shopping, aggiungeteci quello che volete, pure il quad o il deltaplano: non sono scopi? Non sono obbiettivi? Non sono modi intelligenti, se ci piacciono, per trascorrere il nostro tempo, la nostra vita che, si sa, è dispari ossia una e non certo infinita?
Questo noioso, trito e soprattutto falso salmodiare sulla noia dell’ignavia, sulla necessità del lavoro, sulla bellezza di guadagnarsi da vivere a prezzo di nevrosi, fegato a pezzi, stress, zero tempo per noi stessi e per ciò che ci piace fare nasconde solo un’inequivocabile verità: non abbiamo le possibilità e i soldi per non lavorare.
Li avessimo, col cavolo che ci annoieremmo.

Tags: lavoro, scelte di vita, soldi, vacanze

Vorrei (litania settembrina)

Vorrei essere alta, magra e col famoso “metabolismo veloce”;
Vorrei evitare di foraggiare tutte le palestre di Milano e zone limitrofe per poi andarci volte una;
Vorrei avere costanza e spalmarmi tutte le creme antiqualcosa quotidianamente, anziché incatramarmi con sette unguenti una sopra l’altro una volta al mese e poi dimenticarmene per i restanti 30 giorni;
Vorrei, in alternativa, evitare di accendere mutui in profumeria per l’acquisto delle inutili creme di cui sopra;
Vorrei trovare una scarpa tacco dodici, ma anche meno, che non faccia male dopo un’ora;
Vorrei avere tempo e voglia di massaggiare, epilare, strofinare, lisciare, mettere in piega ogniqualvolta è necessario;
Vorrei evitare di essere sempre in ritardo e uscire con le occhiaie e i capelli afro che hanno assorbito tutta l’umidità di Milano;
Vorrei prepararmi i vestiti alla sera;
Vorrei avere borse con contenuto minimalista e non trovarci dentro tabacco sbriciolato, carte di caramelle, matite per occhi spuntate, scontrini e rossetti impanati con il tabacco di cui sopra;
Vorrei possedere un’eleganza naturale;
Vorrei saper rinunciare all’ennesimo bicchiere di vino bianco, che mal si accorda con il mantenimento dell’eleganza naturale;
Vorrei essere più organizzata;
Vorrei sapere sempre cosa preparare per cena;
Vorrei non aver dovuto scegliere tra maternità e lavoro;
Vorrei, dopo aver scelto, non continuare a oscillare pensando che l’altra scelta sarebbe stata meglio;
Vorrei iscrivermi ad almeno uno dei cinquanta corsi che medito di seguire da dieci anni;
Vorrei mettere in ordine le fotografie;
Vorrei pensare, credendoci: “Ehi, è solo un altro paio di scarpe. Non è la felicità”;
Vorrei riuscire a dedicarmi solo a una cosa per volta;
Vorrei invecchiare con grazia e non con angoscia;
Vorrei non essere tormentata da sensi di colpa nei confronti di mia figlia, di mio marito, dei miei genitori, degli amici, di ogni cosa che si muova nel globo terracqueo;
Vorrei aver tagliato, ma sul serio, il cordone ombelicale con i miei genitori;
Vorrei smetterla di autocensurarmi;
Vorrei trovare un equilibrio tra l’ansia che mi prende quando mia figlia non è con me e la sensazione di soffocamento di quando è con me tutto il giorno;
Vorrei smetterla di pensare che il mondo è sulle mie spalle e imparare a fregarmene, giusto un po’;
Vorrei recuperare la leggerezza.
Vorrei, infine, essere nata uomo, cosa che renderebbe molti di questi “vorrei” del tutto superflui.

Tags: donne, scelte di vita

Coming out: io amo Milano


Mille anni fa, un amico e collega ci fece molto ridere, a noi gruppo di lavoro multiregionale, indicando il Duomo e autodefinendosi “Più milanese di quella signora lassù, quella vestita d’oro”.
Io allora, neomilanese per necessità, non riuscivo a capacitarmi di come qulacuno potesse amare Milano. In due anni, non avevo passato nella presunta capitale morale neppure un weekend. Affrontavo tragici ritardi griffati Trenitalia, code in autostrada (e allora avevo una Panda celestina, rigorosamente senza aria condizionata), camionisti, caldo d’estate e pioggia battente d’inverno per tornare a Genova, a casa, il venerdì sera. E per ripartire depressa il sabato mattina.
Niente.
Ci sono voluti dieci anni, un matrimonio, una figlia, amici belli, tanti weekend passati qui perché di muovermi con una neonata proprio non ne avevo voglia, per scoprire la città che mi aveva accolto (e pure bene, ingrata che ero: un bel lavoro, una bella casa, una bella vita) dieci anni prima.
C’è voluto, adesso, un mese passato in Liguria, che continuerò ad adorare perché è bellissima, perché profuma, perché è casa, per scoprirne però tutti i suoi limiti di mentalità, di arretratezza, di vecchiaia. Per sorprendermi a tratti pensare “come una milanese”, sbuffando per i disservizi, la lentezza, le torte di riso finite. Per pensare alla regione in cui sono nata come un posto meraviglioso per un weekend o una vacanza, non per viverci. Non per far crescere una figlia. Per farmi tirare un sospiro di sollievo e di gioia quando sono tornata a Milano. E per capire finalmente che, se proprio devo vivere in Italia, questa è l’unica città dove vorrei stare.
Sono diventata milanese come quella signora vestita d’oro, eccetera.

Tags: città, come si cambia, milano, scelte di vita




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