Diventare mamma ti cambia, ma non così tanto

Stasera cena fuori con Beatrice. C’erano da festeggiare i 15 mesi, era sabato, volevo dimostrare di possedere ancora un barlume di vita, non avevo voglia di cucinare. E non c’erano babysitter disponibili.

Dopo circa 22 minuti di pseudo tranquillità, il mio tesoro, visibilmente annoiato,  ha iniziato a urlare con un tono di voce tra l’agnello sgozzato e Linda Blair ne L’esorcista, ma un paio di ottave sopra. La cosa curiosa è che l’urlo non diminuiva d’intensità, né accennava a fermarsi. Proseguiva limpido e cristallino per svariati minuti, intervallato ora da rapidi singhiozzi, ora da calci e pugni sferrati al passeggino. Ciuccio, giochini portati da casa, biberon, coccole, filastrocche, canzoncine: niente. Risultato pari a zero.

La me stessa di due anni fa, se per accidente seduta vicino a tale adorabile sirena dei pompieri, avrebbe chiesto immediatamente al cameriere di cambiare tavolo.

Ora che ci penso, anche stasera avrei chiesto volentieri al cameriere di cambiare tavolo.

Della sparizione dei ciucci

Fare la mamma è un gran casino, e su questo siamo tutte d’accordo, credo.
Anche e soprattutto per la quantità di ammennicoli da acquistare/lavare/asciugare/riporre/portare con sé che la maternità oggi impone. Lo so: quando eravamo piccoli noi il ciuccio era uno, quando ti dovevano svezzare lo facevano sparire, o lo tagliavano in due, o ci mettevano il pepe o il sale (ho sentito anche questa), a seconda del livello di sadismo dei genitori. Non c’erano le creme alla calendula, il seggiolone chissà, al limite si mangiava sulla sedia della cucina, con due cuscini in più.
So tutto. Ma oggi, per quanto ci provi, non riesci a sottrarti (o almeno, io non ci sono riuscita) al merchandising collegato alla nascita e crescita di un bimbo. D’altronde se noi madri, anzi scusate noi Alpha Mom, siamo rapidamente diventate il target preferito dei pubblicitari, un motivo ci sarà, no? Sì:  anziché alpha, siamo abelinate, come direbbero a casa mia. Comunque.
Il problema sono i ciucci. I ciucci, ormai lo so per certo, sono dotati di vita propria.
Essi spariscono. Vanno a fare una passeggiata, a prendere una boccata (notare il fine calembour) d’aria, vengono rapiti da un Comitato di Liberazione Ciucci analogo a quello per i nani da giardino o i babbo natale, cosa facciano non lo so. Ma spariscono.
E pensare che da quando è nata Beatrice per noi “comprare un paio di ciucci” è diventato quasi un mantra quotidiano: si va in farmacia, al super, in un negozio per bambini e voilà, insieme al resto della spesa si fanno cadere anche due ciucci extra, che non si sa mai. Tanto che, nei periodi di grassa, quelli in cui i malefici oggetti non hanno ancora iniziato a girare per casa e fuori, da noi ci sono più ciucci che scarpe (si fa per dire, eh: non prendetemi alla lettera, ovviamente).
Tale abbondanza dura uno, due giorni al massimo: poi ecco che i maledetti succhiotti (anatomici, con ciliegia, full optional) riprendono il loro vagare. E, solo a volte, si fanno ritrovare per puro caso, dopo settimane. Incastrati nel seggiolone (ma quando hai guardato cinque minuti prima, la bimba urlante in braccio, non c’era nulla); tra le sbarre del lettino, nell’angolo più lontano (sei pronta a giurarci, è apparso come per magia), incuneati tra le cinghie del seggiolino dell’auto (in una posizione che contraddisce ogni legge della fisica).
Spesso, però, non riappaiono mai più. E si ricomincia con la liturgia: “Se passi in farmacia, compra anche un paio di ciucci”. A fare il conto, con la spesa-ciucci del primo anno già ci avrei pagato due rate dell’università per Bea.
Maledetti.

Fare la mamma è più semplice se hai un gatto (o un cane)

Beatrice ha quasi un anno. Lo scorso dicembre avevo una panza tanta, per alzarmi dal divano ci voleva la gru del Bigo, e vivevo come in una nuvola, in lenta, lentissima attesa. E poi, esattamente come ti dicono tutti, ma quando ci sei in mezzo non ci credi, il tempo vola, impari a fare cose che non credevi possibili, cuoci ettolitri di brodo di verdura la domenica sera per poi porzionarlo e surgelarlo, prepari pappe in due minuti e sfoggi un’organizzazione che neanche un evento di Tiziana Rocca. Siccome la fine dell’anno è tempo di bilanci, più o meno indotti, mi sento molto fishing for compliments e me ne esco con un:
“Però, è quasi passato un anno. E non avevo davvero idea che sarei stata così brava a fare la mamma”.
“Io non avevo il minimo dubbio”, risponde lui, senza nemmeno alzare gli occhi dal libro.
“Ah sì? E perché mai, visto che prima di Beatrice ho sempre evitato accuratamente di interagire con un una persona che avesse meno di 12 anni?”
“Perché ti ho osservato per anni alle prese con i gatti”.
In effetti, ci ho pensato ed è vero. Prendersi cura di un animale domestico ti fa sviluppare, senza nemmeno accorgertene, doti di empatia, pazienza e sensibilità che aiutano molto quando ti trovi in casa un cucciolo d’uomo. Qualcuna potrebbe obiettare che succede lo stesso prendendosi in casa un uomo adulto, e potrei darle ragione. Qualcun’altra potrebbe dire che, purtroppo, prendersi cura dei più deboli, che siano animali, bambini o anziani, è da sempre un compito femminile, una croce che ci portiamo addosso, un freno alla nostra crescita personale. Tutto vero.
Però ho riflettuto. E questo è il risultato delle mie riflessioni di fine anno (ovviamente potete sostituire a piacere la parla “gatti” con “cani”. Non ho idea se funzioni con “pesce rosso” o “iguana”).

1 I gatti, come i neonati, non parlano. Dovete indovinare almeno i bisogni primari (fame, sete, sonno, pipì e pupù) e non farvi trovare impreparate. Con i gatti è più facile: quando hanno sonno, dormono ovunque si trovino. E la lettiera è una mano santa rispetto al pannolino, anche se poi pulirla tocca comunque a voi.
2 I gatti, come i neonati, hanno gusti imprevedibili. Un giorno divorano la pappa, il giorno dopo la stessa pappa fa schifo e viene sputata a raggiera sul muro retrostante (o trascinata per casa in segno di profondo disprezzo).
3 I gatti, come i neonati, hanno un attention span di 30 secondi. Si annoiano. Si distraggono. Adorano un giochino e poi improvvisamente lo abbandonano, perché di sì. A voi inventare sempre nuove forme di intrattenimento.
4 Curare i gatti, come curare i neonati, è un’impresa. Goccine che colano dal mento, pastiglie tenute per ore in un angolo della bocca per poi sputarle appena vi distraete, morsi, pianti e soffi. Armatevi di santa pazienza in entrambi i casi.
5 Con i gatti, come con i neonati, ogni membro della famiglia è convinto di avere un rapporto unico e particolare. “Guarda come MI sorride”, “Le feste così le fa solo a ME”, “Ascolta ogni cosa che dico IO”. Voi, in quanto donne e madri e quindi esseri superiori, lasciateglielo credere e e ignorateli. Non sono cattivi, è che vogliono partecipare.
6 Partire con un gatto, come partire con un neonato, provoca un livello di stress pari a dodici riunioni di lavoro, tre pranzi con i parenti e un cambio radicale di taglio e colore capelli. Che sia una visita dall’amica a venti chilometri, un weekend fuori porta o una settimana al mare, il risultato non cambia. Iniziate a preparare le borse la sera prima, continuate il giorno dopo fino a partire un’ora in ritardo, la vostra macchina assomiglia al pullmino dei Bradford e quando siete al casello vi rendete conto di aver dimenticato il ciuccio. O il topolino a molla senza il quale si annoia tanto, povera stella.
7 Non importa se siete in comproprietà del vostro gatto o del vostro bambino: quando il gioco si fa duro e c’è un casino da risolvere qualsivoglia (tsunami di cacca, mal di pancia, unghie da limare, visita dal veterinario), il compagno della vostra vita alzerà le mani dicendo: “Fallo tu, che sei molto più brava”.
8 Infine, quello per cui riuscite, comunque, a fare tutto e siete sempre moderatamente felici: i gatti, come i neonati, possiedono una grazia e una bellezza tutta particolare e vi riempiono il cuore di gioia per ogni piccola, piccola cosa.