Tanto di cappello alle poche che lo sanno portare

Leggendo un (condivisibilissimo) thread di Divara su Friendfeed mi sono accorta che nei miei pur numerosi danni da shopping (qui, ma soprattutto qui) non ho mai parlato del cappello.

Il cappello per me è quella cosa come le parigine. Quando arriva l’autunno, spasimo davanti alle vetrine per quella cloche romantica. Il Fedora beige oh, così elegante. I baschi di tutte le fogge e colori. La quasi tuba in velluto da cappellaio matto o da Helena Bonham Carter quando accompagna le figlie a scuola, il che è lo stesso. E ovviamente non spasimo solo: come con le parigine, li compro pure, per poi lasciarli a morire anni in fondo a un cassetto dell’armadio. Non prima però di aver fatto innumerevoli prove per vedere se almeno uno della collezione riuscirà mai a varcare la soglia di casa sulla mia testa. Al momento conto tre baschi, di cui uno magnifico comprato in Irlanda perché alle ragazze irlandesi stava così bene (mai notata la bellezza dei capelli irlandesi? Ecco. Don’t try this at home), una cloche in velluto, un vecchio cappello Barbour da pioggia (l’unico con una qualche utilità, non portando mai io l’ombrello), un Borsalino color cacao. Credo, perché sono anni che non vado a guardarli: la sconfitta fa troppo male.
Ovviamente ci sono anche le versioni estive: cappelli di paglia in serie, a tesa larga, con nastri multicolori, dal sapore provenzale, perfetti per giocare alla signora sul ponte di una nave (volano, e il conseguente sbracciare e correre per raggiungerli vi farà perdere immediatamente quell’unghia di classe guadagnata con i cappello) oppure, quello sì, utili per proteggere zigomi e contorno occhi dal sole, per credere che i danni da abbronzatura scriteriata con specchio ustore e Nivea fatti a vent’anni si riparino a quaranta schermandosi con una tesa bucherellata.
Il cappello è quella cosa che quando lo vedi indosso alle altre, quasi sempre dici: come sta bene, com’è originale, lei sì che. Effetto magico che svanisce non appena la testa sotto è la tua.
Il cappello è quella cosa che devi essere convinta. Non puoi sfoggiarlo se non ci credi. Si vede subito. Presuppone sicurezza in sé stesse e nella propria immagine, oppure un sano menefreghismo o ancora l’assenza di senso del ridicolo. Se non hai almeno uno di questi tre fattori chiave, sei in imbarazzo, lo tocchi e lo sposti continuamente, cerchi di catturare un tuo riflesso nella vetrina per confermare se sei ridicola come credi (sì), pensi sempre di avere qualcosa di sbagliato (e ce l’hai: è il cappello).
Il cappello incornicia il volto: presuppone quindi lineamenti regolari, un trucco accurato e possibilmente l’assenza di borse e occhiaie. L’effetto viso incorniciato + capelli indietro + occhi in primo piano arricchiti da eleganti occhiaie color asfalto non lo raccomando.
Il cappello, se non superi il metressessanta, fa l’effetto fungo.
Il cappello, se non hai magnifici capelli folti e lucenti, quando te lo togli perché non ne puoi più di sentirti insopportabilmente ridicola, fa due cose. Se hai chiome sottili e tendenti al crespo, le elettrizza ancora un po’, hai visto mai non lo fossero già abbastanza di loro e fa sì che, mentre cerchi di sfilartelo con un unico gesto elegante (un gesto finale, diremmo, fossimo lui), senza attirare troppo l’attenzione, i capelli lo seguano alzandosi tutti in piedi sulla testa con il caratteristico rumore sfrigolante dell’elettricità statica, e scendano dopo un abbondante quarto d’ora, posizionandosi in ciuffi isterici attorno al viso, tipo il sole disegnato dai bambini. Se invece la testa è liscia, ma attenzione non quel liscio da scuoto la testa, faccio swooosh e le ciocche ricadono a cascata sulle spalle, no: il liscio moscio e tragico, il risultato sarà un’elegante calottina appicciata alla nuca e agli zigomi (la calotta del playmobil, dice Divara, o anche del Big Jim, vedete voi cosa è meglio).

Non per niente, quando le donne il cappello lo portavano sempre (mia nonna, classe 1901, mi raccontava sempre che da ragazza andare in strada a testa nuda sarebbe stato come andarci in mutande) a loro era concesso di tenerlo anche al chiuso, al ristorante e persino in chiesa. Meglio mancare di rispetto, con concessione del galateo, che presentarsi spettinate. Di lei conservo un magnifico cappellino di raso nero con veletta. Facciamo che quest’inverno niente più danni – no, neppure la cloche bicolore con fiore applicato sul lato – e mi accontento di quello, da indossare rigorosamente tra il corridoio e la camera. Con quello che risparmio, vado dal parrucchiere a farmi una piega in più.

3 thoughts on “Tanto di cappello alle poche che lo sanno portare

  1. Grande! Anche a me piacciono molto…sugli altri! Infatti non ne ho neanche uno…anzi si…ho quello classico con il pon pon…ma non lo metto, mi sento a disagio persino con quello!

  2. Anche io ODIO il cappello.
    Vedo le genti starci benissimo e poi… lasciamo perdere.
    Sarà sicuramente colpa del naso! ;-)

    Il mio unico vantaggio è che riesco perfettamente a NON comprarli! :)

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