Quattro voci per il giornalismo del presente

Ogni tanto per lavoro capita di fare cose davvero belle. Io sono fortunata, perché i miei cinque o sei lavori sono quasi sempre interessanti e vari. Diciamo che non mi annoio. Oggi però è stato davvero bello: per giornalisti e manager di Rcs ho contribuito a organizzare un evento di formazione, Innovation journalism, per fare il punto della situazione su giornalismo e giornalismi e soprattutto farci ispirare da quattro speaker d’eccezione, introdotti dal vicedirettore del Corriere Daniele Manca: Jan Schaffer, premio Pulitzer, oggi direttrice del J-Lab; Simon Rogers, capo supremo del data journalism al Guardian, in partenza però per gli Usa dove sarà il primo Data Editor di Twitter (quando l’abbiamo invitato, quasi due mesi fa, nessuno sapeva; è stato ancora più interessante averlo poco dopo che ha annunciato la sua scelta); Robert Hernandez, docente alla USC e Kerstin Shamberg, senior social media manager (a 29 anni, sì, senior, lavora gomito a gomito con Arianna Huffington, qualcosa di strano?).

Sono state quasi quattro ore davvero interessanti, dense, ricche di spunti e di tweet. Sto preparando uno Storify, ma in attesa potete leggere un resoconto seguendo la diretta di Corriere e l’hashtag #InnovationRCS.

Cosa mi porto via da questa giornata?

L’esperienza più che ventennale di Jan Schaffer, che dopo aver fatto giornalismo ad altissimo livello, ci ha regalato una visione chiara e ricca del presente e del futuro. Trend emergenti: il mobile, senz’altro. E negli Usa, siti indipendenti di arte e cultura, salute e ambiente insieme a siti di informazione che nascono dentro le università. La nicchia e la mobilità. Ma anche la sua spietatezza quando, nel rispondere a una domanda, chiarisce:

I giornali sui quali sono cresciuta io, le grandi testate, non esisteranno più ma non per colpa del web; perché hanno rinunciato al loro portfolio, ai loro assets, alla copertura accurata e puntuale dei grandi fatti nazionali e internazionali.

La chiarezza e i risultati mostrati da Simon Rogers nella ricerca, selezione, elaborazione e resa grafica dei dati; il suo ripetere costantemente che il suo mestiere e la sua passione è ‘raccontare storie’, e usare i Big data è solo un altro modo di farlo:

Open Data Means Open Data Journalism.

Alla domanda di Serena Danna, moderatrice dell’evento, sul perché ha lasciato il Guardian risponde infatti: “Voglio continuare a raccontare storie, in modi nuovi” e a quella seguente: “Facebook e Twitter saranno i nuovi editori? “Non saprei, quello che so è che ‘the journalism party’s opening up everyday more’”.

Questa la citazione di James Cameron che ha chiusto la sua presentazione:

The new world will be a place of answers and no questions, because the only questions left will be answered by computers, because only computers will know what to ask.

Mi porto via anche la simpatia contagiosa di Robert Hernandez che ha fatto una presentazione brillante e ricca di dati. Possediamo più smartphone che spazzolini da denti, ha esordito. E ha ricordato come il texting sia l’attività principale di chi possiede uno smartphone: 3 su 5 lo usano soprattutto per il texting e

Ormai quando riceviamo una telefonata sul cellulare, ci sembra una cosa strana, innaturale.

Verissimo. Aggiungo, io: infastidisce pure un po’.
Le sue slide sono già online, guardatele perché sono molto interessanti, soprattutto per provare nuove applicazioni e nuovi accessori suggeriti per il mobile journalism. Io voglio approfondire Vyclone, per esempio.

Infine la freschezza di Kerstin Shamberg, angelica social media manager dell’HuffPo che ho amato moltissimo perché, come si dice, non le manda a dire. D’accordo su tutta la linea con lei: non esagerate con hashtag e mentions ma non abbiate paura di condividere: l’approccio di HuffPo è ‘very aggressive’, ammette: ‘The more, the better’. Spiega come per twitter e facebook siano necessari approcci diversi e contenuti diversi: “Ad esempio, su Facebook non potremmo mai condivdere notizie più trash, come quelle sui Kardashian: ci criticherebbero dicendo che non sono news, che non interessano a nessuno. Mentre su Twitter funzionano benissimo” (e io, confesso, sarà per via della percezione più elitaria di twitter in Italia rispetto a facebook, avrei giurato sul contrario). Altri consigli: ovviamente interagite, rispondete ai lettori, ritwittate molto. Sì, anche altri fonti giornalistiche. “E’ incredibile quanto funzioni ritwittare altre testate: s’instaura un circolo virtuoso”. Infine, quello che, a mio giudizio, uno dei segreti del successo di HuffPo Usa:

“Every editor is a social media editor”.

Ah, no: il segreto più grande ce lo ha rivelato, o meglio confermato, con l’ultima slide:

I dubbi e le domande dei giornalisti su Twitter

Se vi è piaciuto questo post, sappiate che

è diventato un ebook, in versione rivista, ampliata e

corretta.

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Ho appena terminato una sessione di corsi molto intensa a giornalisti “della carta”, argomento twitter in particolare e i social network in generale. E’ dal 2009 che faccio corsi di questo genere e giro per le redazioni di periodici e quotidiani; ho sempre trovato forti resistenze al passaggio al digitale e anche questa volta ci sono stati momenti di discussione e dibattito vivaci. Ma mai come quest’anno l’interesse verso il digitale e soprattutto twitter – per moda, obtorto collo o reale curiosità – è stato alto.
Durante queste lezioni ho raccolto delle domande e dubbi ricorrenti; ce ne sarebbero molti altri, ma per evitare di allungare a dismisura questo post, mi sono fermata a dieci. E siccome ho fatto mio da tempo il mantra di Jeff Jarvis – Do Your Best And Link To The Rest – vorrei rispondere anche e soprattutto citando chi ha già risposto prima, così costruiamo una breve bibliografia delle cose a mio giudizio più interessanti dette su twitter negli ultimi mesi.

1 A cosa mi serve twitter?
Ti serve per creare e mantenere la tua reputazione online di professionista dell’informazione. Ti serve per coprire eventi in corso di svolgimento con il livetwitting. Ti serve come fonte, se segui colleghi italiani o stranieri, testate, blog, persone che twittano dai posti dove le cose accadono. Ti serve per avere il polso di quello che si dice e per evitare di usare i social media solo come una verniciata di colore per ravvivare un pezzo, vedi il caso di #questapersonacarlo durante il terremoto, ripreso dal Tg1 con accenti accorati (a proposito, grazie a Carlo Gabardini @carlogabardini per avermi regalato la slide più divertente di tutto il corso).

2 Perché proprio twitter?
Perché è in forte crescita, anche in Italia, guardate i dati qui. Perché c’è meno fuffa, è più agile, più rapido: niente giochini, pochi meme, niente gallerie fotografiche. Perché le informazioni girano su twitter. Perché Andy Carvin (@acarvin), fra gli altri, durante la primavera araba ci ha fatto vedere cosa si può fare con twitter e Paul Lewis (@PaulLewis) del Guardian durante i riots di Londra pure. Perché dopo la prima scossa di terremoto in Emilia, all’alba, twitter è stata l’unica fonte di informazione per parecchio tempo. Perché non sappiamo se il cosiddetto giornalismo del futuro (o meglio, del presente) sarà o contemplerà twitter, ma sicuramente avrà doti di rapidità, condivisione e interazione, per cui tanto vale iniziare subito. Attenzione: essere sui social media significa comunicare, ma anche ricevere. Bisogna aspettarsi e accettare le critiche. Come dice Andy Carvin qui:

You have to be prepared to be accountable in real time. When I screw up, my followers tell me.

3 Quindi con Twitter possono diventare tutti giornalisti?
Al contrario. In un mondo in cui tutti, potenzialmente, possono dare una notizia, una figura di filtro sarà ancora più necessaria per scremare la fuffa dalle informazioni davvero importanti. Come sostiene Andy Carvin, citato qui:

While social media provides up-to-the-minute information from around the world, journalists verify that information and place it in a larger context. It’s important for professional journalists to bring their experience and judgement on that content.

4 Twitter è troppo veloce e quindi è più semplice diffondere notizie false
E allora prenditi il tuo tempo, non farti fagocitare dallo strumento, dominalo. Esattamente come faresti quando scrivi un pezzo, fermati a controllare prima di fare un retweet o di dare un’informazione della quale non sei certo (come è successo a Sandro Ruotolo che ha diffuso su twitter le generalità del presunto attentatore di Brindisi, poi immediatamente rilasciato, guadagnandosi un provvedimento disciplinare dall’Odg del Lazio. Il giornalista ha cancellato il suo profilo twitter subito dopo). E chiarisci sempre qual è la fonte e il grado di certezza della notizia. Dice Alfred Hermida (@hermida), fondatore del team BBC.com e oggi docente alla University of British Columbia’s Graduate School of Journalism, nel suo utilissimo Tweets and Truth. Journalism as a Discipline of Collaborative Verification (a pagamento, ma ne vale la pena. Oppure ne trovate una sintesi in questa bella intervista):

Journalists have always had to balance being fast and being accurate. The difference today is that it is very easy for incorrect information to circulate unchecked. There is a value in highlighting to audiences what is unconfirmed information, especially when it is circulating on social media. The responsible way to do it is by being open and clear about information that is confirmed and verified versus details which are unknown or uncertain. Part of this process involves being transparent about the source of the information, even if came from a rival news outlet.

5 Twitter aiuta a far vendere più copie del giornale in edicola?
No. Non ho numeri in mio possesso ma posso tranquillamente affermare che è molto difficile che un tweet faccia vendere una copia in più. Se usato bene può aumentare esponenzialmente, però, i lettori di un vostro pezzo e in generale quelli del quotidiano online.

6 Non ho tempo per seguire twitter, facebook e altro ancora
Non è obbligatorio seguire tutto, partecipare ovunque, anzi. Se non hai tempo di scrivere su un blog, non aprirlo, anche se ti lusinga averne uno con il tuo nome sopra; non c’è biglietto da visita peggiore di un blog con il tuo nome sopra aggiornato a sei mesi fa. Lascia perdere facebook. Se hai tempo solo per un social media, usa twitter.

7 Quanta gente devo seguire?
Non c’è un numero fisso. Quella che ti interessa e che ti serve per il tuo lavoro. Su twitter non c’è obbligo di reciprocità, per cui non devi seguire chi non ti interessa solo perché ti segue. Se non riesci a seguire tutti e la tua timeline è troppo affollata, ricordati che esistono le Liste per creare delle partizioni di persone che segui: giornalisti italiani, stranieri, testate registrate, che si occupano di cinema, di food, di quello che volete. Cliccando sulla lista avrete gli aggiornamenti solo dalle persone che avete inserito in quel gruppo.

8 Come faccio ad avere più followers?
Presentarsi come giornalista, aggiungere nella breve biografia di presentazione del profilo su twitter la testata per la quale lavori già aiuta ad avere più persone che vi seguono. D’altra parte, dire che sei giornalista genererà aspettative più alte in chi ti legge; saranno meno disposti a perdonarti il tweet personale modello “Oggi ho mangiato un ottimo hamburger”, come spiega in modo eccellente la ricerca Who Gives a Tweet?.
Twitta con costanza ma senza esagerare: evita di invadere la timeline altrui con decine di tweet sparati uno dietro l’altro. Non autopromuoverti troppo (purtroppo la Me First Attitude è uno dei grandi mali dei social media), cerca di interagire il più possibile. Se ti interessa, tra le prima cause per le quali la gente smette di seguire un account ci sono: twittare troppo, autopromuoversi, fare spam, non essere abbastanza interessanti. Gli altri li trovi nella ricerca Noise, Promotion and Spam will Reduce your Twitter Followers.

9 Ho creato il mio account ma lo uso solo per leggere, non condivido nulla
Ognuno è libero di usare uno strumento come meglio crede, ma utilizzare un social media solo in modo passivo non è esattamente la cosa migliore da fare. E’ vero che circa il 40% degli iscritti a twitter ascolta solo; è altrettanto vero che questo mezzo è una conversazione. Utilizzarlo solo come fonte o in modalità broadcast, come vetrina di quello che hai scritto, è molto riduttivo. E se condividi solo i tuoi articoli pubblicati sul giornale online, cerca di inserire nel tweet qualcosa di personale – un aneddoto, una battuta, un ricordo – un piccolo valore aggiunto che non faccia sembrare il tuo account troppo simile a un rullo di agenzia. Mantra di Paul Lewis, intervistato qui:

Social Media is Social First, Media Second.

Memo del direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli (@DeBortoliF) nel discorso ai suoi giornalisti del 4 maggio scorso:

Dobbiamo essere precisi, accurati, attendibili, disponibili al colloquio costante con i lettori e con i navigatori. I giornalisti risultano sempre più antipatici, arroganti e superficiali. Vorrei che ci impegnassimo di più a risalire la china di questa immagine deteriorata della categoria. Bisogna rispondere a tutti, con pazienza e umiltà. Nella Rete contano la credibilità e l’autorevolezza.

10 Su twitter ci sono solo cose inutili o noiose
Twitter in quanto tale non esiste, il popolo della rete non esiste, internet non esiste. A fare twitter sono le persone. Se quello che leggi non ti piace o non ti interessa, stai seguendo le persone sbagliate; cambia il tuo network.

Nel prossimo post parliamo di linee guida per l’utilizzo dei social media da parte dei giornalisti, dibattito caldo in questi giorni e sul quale, durante i corsi, sono uscite cose molto interessanti.

La tragedia di Brindisi e le assurdità di contorno

Fate conto che prima ci sia un pensoso cappello introduttivo sull’enormità della tragedia di Brindisi. Non ho parole, nessuno ne ha, nessuno forse ne dovrebbe avere.
Parliamo di piccole cose a margine.

Mi ha dato fastidio la pubblicità inserita dai maggiori quotidiani online, quella manciata di secondi prima del video amatoriale girato a Brindisi pochi minuti dopo la bomba che ha ammazzato una ragazza e ferito gravemente studenti.
Livia Iacolare parla di moralismo

 

E probabilmente ha ragione lei. Forse è vero che la pubblicità è così ovunque che ormai non la vediamo più. Questa volta però l’ho vista e mi ha dato fastidio, un fastidio magari irrazionale, magari inutile. Non è certo la prima volta che si dibatte sugli infelici accostamenti, che online colpiscono ancora di più, tra gli sfondi pubblicitari dei quotidiani e i contenuti tragici degli stessi. Per dettagli, c’è l’ottimo Mediamondo.
Si poteva evitare? Secondo me sì, come tutte le altre volte in cui è successo.

Poi, le foto. C’era davvero bisogno di pubblicare le foto della ragazza uccisa, foto bellissime, sorridenti, piene di sole?
Gianni Riotta pensa che non pubblicare le foto sarebbe accontentare i criminali, che vogliono silenzio.


Lasciamo pure stare la Carta di Treviso, che tutela l’immagine dei minori nei media, uno dei documenti più citati e più negletti al mondo – d’altronde le foto erano pubblicate liberamente su Facebook senza filtri di privacy, si suppone che la ragazza fosse d’accordo a regalarle ai giornali in caso di morte prematura e in ogni caso non ce lo può confermare. Io penso solo che tra il silenzio e l’indulgere nello slide show acchiappa clic – non raccontiamocela, sappiamo bene tutti come e quanto funzionino certe cose – ci sia una misura che anche il diritto di cronaca dovrebbe rispettare. Ringrazio Guia Soncini per aver postato la sua bellissima intervista a Natalia Aspesi, che non avevo mai visto. La Aspesi ci ricorda che il giornalismo del dolore non è certo nato con Facebook e che, tempo fa, lei per prima non esitava a piangere insieme ai parenti dell’assassino o della vittima per sottrarre un’unica, preziosissima foto. Oggi, neppure lo sforzo di due lacrime finte per costruire un’intera fotogallery che domani sarà tra “Le più cliccate!”, basta un rapido gioco di polso per il copia incolla. Nemmeno chiederle ai genitori in lacrime, nemmeno guadagnarsela.

Infine, l’assurda, incomprensibile guerra tra genitori e non. Anzi, come spesso succede, tra madri e no, nel parlare di questa tragedia.

 

Questa polemica, finta o vera che sia, dà la misura della follia. Il diritto di cronaca, il diritto di satira, il diritto alla wittiness a ogni costo.

Io, per esempio, soffro di più perché sono madre, a leggere di ragazzini fatti a pezzi mentre stavano entrando a scuola? Cinque anni fa, me ne sarei fregata? Oggi, penso che chi non è stato cristianamente benedetto da un figlio non possa capire?
Ovvio che avendo un figlio entrano in gioco pensieri prima non mi avrebbero nemmeno sfiorata. E’ fisiologico, pensi cosa che non ti sarebbero mai venute in mente (e sì, stavi molto meglio prima). Le foto scattate in momenti felici sbattute su un giornale a sancire la morte di una figlia, il pensiero di cosa avrebbe detto lei a vedersi lì, il terrore che ti prende sapendo che potrebbe succedere alla tua, la consapevolezza di essere impotente e non poterla proteggere da eventi così assurdi.

E’ diverso, non più o meno. Scattano pensieri, associazioni mentali, paure differenti. Non ci sono dei sacchetti di dolore da distribuire, medaglie al valore, sofferenze che valgano di più o di meno, capire o non capire. E’ dificile capire se non hai capito già. E’ retorica dire che i figli di un paese sono i figli di tutti, ma dovrebbe essere così. Perché non penso di aver diritto a un sovrappiù di sofferenza, essendo madre. E allo stesso modo non credo che chi di figli non ne ha soffra di meno, qualunque cosa questo voglia dire, leggendo dei fatti di Brindisi.
O se è così, ha ben altri problemi da risolvere.