Dice, ma guarda che una come te, abituata a lavorare, poi si stanca a non fare niente per sempre, eh? Son belle perché sono vacanze, se fosse così tutta la tua vita, eeeh, la noia.
Allora. Ma di cosa stiamo parlando? Cosa state dicendo?
Ma smettiamola con questa liturgia del lavoro che nobilita, dell’ozio che è il padre dei vizi, della noia che come il Ciciarampa di Alice ci divorerebbe, non avessimo uno scopo, un obbiettivo, un lavoro che ci consumi.
Leggere, riflettere, passeggiare, fare sesso, mangiare e bere bene, dormire, chiacchierare, fare il bagno, vedere gli amici, giocare con i figli per chi ce li ha, passeggiare con il cane o accarezzare il gatto, prendere il sole, andare in bicicletta, fare shopping, aggiungeteci quello che volete, pure il quad o il deltaplano: non sono scopi? Non sono obbiettivi? Non sono modi intelligenti, se ci piacciono, per trascorrere il nostro tempo, la nostra vita che, si sa, è dispari ossia una e non certo infinita?
Questo noioso, trito e soprattutto falso salmodiare sulla noia dell’ignavia, sulla necessità del lavoro, sulla bellezza di guadagnarsi da vivere a prezzo di nevrosi, fegato a pezzi, stress, zero tempo per noi stessi e per ciò che ci piace fare nasconde solo un’inequivocabile verità: non abbiamo le possibilità e i soldi per non lavorare.
Li avessimo, col cavolo che ci annoieremmo.
Era quel periodo bellissimo in cui finivano le scuole e noi, fortunati perché vivevamo in una città di mare, iniziavamo a salire e scendere dai treni per la riviera, tutto il giorno, tutti i giorni (curiosamente, di quelle estati non ricordo neppure un giorno piovoso, e sì che ce ne saranno ben stati). Ricordo ancora, invece, gli orari dei treni: 12:18 all’andata, 18:06 il ritorno. Fra l’altro: intere giornate ben lontano da casa, a 14 anni, senza cellulare. Ovviamente, se penso che fra qualche anno potrebbe farlo mia figlia mi viene l’angoscia, ma si sa, erano altri tempi.
Finiva così tutto il mese di giugno e una buona parte di luglio. Il sole, il caldo, lo stare insieme tutti i giorni, le prime uscite di sera, l’ormone, of course; bastavano per guardare con occhio diverso i soliti amici della solita compagnia o per far apparire incredibilmente interessanti quelli nuovi, che si agglomeravano al gruppo per lo strano fenomeno delle compagnie che crescevano, diminuivano, cambiavano i componenti come Goldrake (ma oggi, ci sono ancora le compagnie? I ragazzini vanno ancora al mare con il treno, dalle periferie di Genova fino alle prime spiagge?). Quindi nascevano flirt, pseudoflirt, “simpatie”, come diceva mia nonna.
Poi, agosto: prima uno poi l’altro poi tutti partivano per le vacanze quelle vere, quelle con i genitori, che spesso non erano divertenti la metà di quel mese passato liberi ad andare in spiaggia con il treno avanti e indietro, a salire sulle carrozze roventi con il ghiacciolo comprato poco prima di salire, che si scioglieva in un minuto.
E siccome il ricordo della “simpatia” o pseudo flirt o quello che era stato era forte, durante i primi giorni di vacanza, quando ancora non si conosceva nessuno e l’ambiente appariva estraneo e ostile, si faceva quella follia di scrivergli una cartolina. Studiando per ore la frase a effetto, quella che diceva e non diceva, e poi si riduceva nove volte su dieci al solito “Wish You Were Here”, che non era neppure della nostra generazione funestata dai paninari, no, ma molti avevano fratelli e sorelle maggiori a cui rubare slogan e titoli giusti.
Poi passavano i giorni, si conoscevano nuove persone, nascevano nuove “simpatie”, passava un mese ma pareva un anno e i soliti amici con cui si era condiviso quell’inizio di estate urbana sfocavano in ricordi confusi. E ci si dimenticava di quella cartolina incongrua scritta in un vago momento di nostalgia, con la frase che diceva e non diceva, pareva non fosse così esplicita, e comunque era passato quasi un mese, figuriamoci se lui se ne ricorda. E invece diceva fin troppo e lui se ne ricordava benissimo perché l’aveva appena letta, visto che dopo il mare era stato due settimane con i nonni in una delle amene località di campagna nei dintorni di Genova (Busalla, Torriglia, fate voi) ed era tornato un giorno dopo di te, giusto per trovare nella cassetta della posta la cartolina incriminata con la tua firma.
E appena ti vedeva, con il mezzo sorriso dell’appena adolescente che non sa bene quel che deve fare, esordiva “Grazie per la cartolina” e tu, con tutte le tue nuove conoscenze nella testa, lo vedevi brutto, piccolo, sfigato, lo guardavi come si guarda un bastoncino del gelato nella sabbia, volevi seppellirti e pensavi che avevi un obbiettivo, ora: non incontrarlo più, almeno fino all’inizio delle scuola. Che vergogna, ma chi me lo ha fatto fare di scrivergli quella cartolina, a cosa stavo pensando?
Meno male che oggi ci abbiamo le mail, che di cazzate ne scriviamo tante lo stesso, ma almeno arrivano nel momento in cui (ancora) le pensiamo.
Vorrei essere alta, magra e col famoso “metabolismo veloce”;
Vorrei evitare di foraggiare tutte le palestre di Milano e zone limitrofe per poi andarci volte una;
Vorrei avere costanza e spalmarmi tutte le creme antiqualcosa quotidianamente, anziché incatramarmi con sette unguenti una sopra l’altro una volta al mese e poi dimenticarmene per i restanti 30 giorni;
Vorrei, in alternativa, evitare di accendere mutui in profumeria per l’acquisto delle inutili creme di cui sopra;
Vorrei trovare una scarpa tacco dodici, ma anche meno, che non faccia male dopo un’ora;
Vorrei avere tempo e voglia di massaggiare, epilare, strofinare, lisciare, mettere in piega ogniqualvolta è necessario;
Vorrei evitare di essere sempre in ritardo e uscire con le occhiaie e i capelli afro che hanno assorbito tutta l’umidità di Milano;
Vorrei prepararmi i vestiti alla sera;
Vorrei avere borse con contenuto minimalista e non trovarci dentro tabacco sbriciolato, carte di caramelle, matite per occhi spuntate, scontrini e rossetti impanati con il tabacco di cui sopra;
Vorrei possedere un’eleganza naturale;
Vorrei saper rinunciare all’ennesimo bicchiere di vino bianco, che mal si accorda con il mantenimento dell’eleganza naturale;
Vorrei essere più organizzata;
Vorrei sapere sempre cosa preparare per cena;
Vorrei non aver dovuto scegliere tra maternità e lavoro;
Vorrei, dopo aver scelto, non continuare a oscillare pensando che l’altra scelta sarebbe stata meglio;
Vorrei iscrivermi ad almeno uno dei cinquanta corsi che medito di seguire da dieci anni;
Vorrei mettere in ordine le fotografie;
Vorrei pensare, credendoci: “Ehi, è solo un altro paio di scarpe. Non è la felicità”;
Vorrei riuscire a dedicarmi solo a una cosa per volta;
Vorrei invecchiare con grazia e non con angoscia;
Vorrei non essere tormentata da sensi di colpa nei confronti di mia figlia, di mio marito, dei miei genitori, degli amici, di ogni cosa che si muova nel globo terracqueo;
Vorrei aver tagliato, ma sul serio, il cordone ombelicale con i miei genitori;
Vorrei smetterla di autocensurarmi;
Vorrei trovare un equilibrio tra l’ansia che mi prende quando mia figlia non è con me e la sensazione di soffocamento di quando è con me tutto il giorno;
Vorrei smetterla di pensare che il mondo è sulle mie spalle e imparare a fregarmene, giusto un po’;
Vorrei recuperare la leggerezza.
Vorrei, infine, essere nata uomo, cosa che renderebbe molti di questi “vorrei” del tutto superflui.



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