Aiuto, ho un homestaging in corso

Oggi succede questo.
Succede che, in pieno delirio da giornalismo-verità o “Provato per voi” o “Oggi mi suicido”, quello che preferite, per provare un servizio di homestaging e scriverne su Grazia, tra qualche ora avrò in casa due homestager che tenteranno di ribaltare sala e camera da letto per farle diventare più appetibili agli occhi di un eventuale compratore.
L’homestaging è infatti un servizio che, con pochi sapienti tocchi e senza spendere una fortuna, individua i punti forti della casa e la fa risplendere per venderla più rapidamente o a un prezzo migliore. Gli interventi riguardano solitamente appendere nuovi quadri, aggiungere piante, vasi e tappeti, giocare con i tessuti (teli, copridivani) e migliorare la disposizione dei soprammobili, cercando di valorizzare quelli esistenti. Anche perché i costi dell’intervento dovrebbero essere contenuti (nessuno spenderebbe migliaia di euro per migliorare una casa da vendere, ovviamente).
Il valore aggiunto dovrebbe essere quindi il colpo d’occhio dell’esperto che individua immediatamente le aree sulle quali intervenire, e le migliora.
Io ho un po’ paura: l’homestager, Amy, con pragmaticità tutta americana, dopo aver visto le foto di casa mia  (obbiettivamente un po’ spoglia: siamo entrati nella spirale “Inutile fare lavori o migliorie, intanto la vendiamo”, ma questa spirale dura da circa tre anni), ha annunciato che sbarcherà con due valigione di accessori e ha chiesto un martello e una scala. Ah, sì: anche di svuotare le librerie per disporre i libri meglio (trattasi di centinaia e centinaia di titoli) o, in alcuni casi, di eliminarli del tutto (e pensa che c’è gente che compra libri non per leggerli, ma perché “arredano”).
In attesa, procedo quindi al lavoro sulle librerie e soprattutto a nascondere cavallucci a dondolo, palle di Didò, pezzi di lego, pennarelli senza tappo e pelouches sparsi. Perché non c’è homestager che possa riequilibrare, in un pomeriggio, l’effetto devastante di una duenne su una qualsiasi abitazione.

(Seguiranno foto e racconti dettagliati)

Tags: homestaging, vendere casa

Marocco: 20 minutes catastrophe

Dunque, siamo stati una settimana in Marocco, ad Agadir, per la precisione. Le foto sono qui. E ora mi tolgo subito il dente del titolo.
Eravamo al suq di Agadir (andateci: oltre ai soliti affari, se amate le contrattazioni,  e ai soliti souvenir – babbucce, capi in pelle, argento, tessuti – troverete zero turisti, odori e colori integri, mercato della verdura e del pesce che da soli valgono il viaggio), con prestigiosi compagni di viaggio. Mentre partivano le contrattazioni per l’olio di argan, che fa bene un po’ per tutto, capelli, pelle, unghie, bruciature, e quindi ne abbiamo portato a casa una damigiana, un sedicente erborista ha catturato i due uomini del gruppo proponendo loro una misteriosa polvere il cui nome, sulla boccetta di vetro, era cubitale ancorché inequivocabile: SEX. Un po’ in francese, un po’ in arabo, un po’ in italiano, un po’ con gesti inequivocabili modello “Questo ti fa una mazza tanta”, ha provato a convincerli ad acquistare il suo Viagra fai da te. Ricevuto un cortese ma fermo diniego, ha acciuffato me pensando, probabilmente: “Se il suo uomo non crede di averne bisogno, lei sicuramente non è d’accordo”. E mi ha urlato nell’orecchio: “Achetez-le, madame: avec ça, 20 minutes catastrophe!”
Terrorizzata più che solleticata dalla catastrophe, non ho acquistato la polverina magica, ma ovviamente la frase “20 minutes catastrophe” è diventata immediatamente lo slogan della vacanza. Ed eravamo solo al primo giorno.
Poi: il villaggio era per golfisti, quindi pieno di cumenda e mogli fighedilegno. Io penso che il golf sia una delle cose più noiose sotto questo cielo, ma chi fra noi l’ha provato si è pure divertito, per cui mai dire mai. Agadir è trascurabile, a parte il suq e il lungomare, nuovo di zecca; l’oceano è sempre uno spettacolo incredibile ed era anche molto arrabbiato, per cui particolarmente bello. In più, mentre a Milano si spalava la neve, ci siamo goduti più di 20 gradi, ed era pure una settimana fredda, così ci hanno detto.
Splendida invece la strada fra Agadir ed Essaouira, per due terzi sul mare (sono stata particolarmente fortunata: per ore, in cielo ha resistito un magnifico arcobaleno) e per un terzo fra i monti. Risale infatti l’ultimo tratto dell’Alto Atlante, dove ho visto le capre volanti che si arrampicano sugli alberi di argan per mangiare le foglie, per poi rispuntare di nuovo sull’oceano a Essaouira.
Che mi è piaciuta davvero tanto. Mura portoghesi, eredità degli anni coloniali, quando la città si chiamava Mogador. Colori biancoazzurri nel porto e nella medina (il blu che amo tanto ho scoperto essere il colore anti malocchio eredtitato dai Tuareg), gatti al sole, onde rabbiose (questa è una delle coste più amate dai surfisti) e un suq magnifico. Il che significa: decine di acquisti, fra cui un antico braccialetto berbero e le solite bottigliette di olio di argan. Se non ringiovanisco almeno di 5 anni nei prossimi due mesi, glielo rimando indietro in blocco, e ciao alle cooperative di donne marocchine che campano con la produzione dell’olio tuttofare (c’è pure quello alimentare che, mi assicura la nostra esperta beauty personale, ovviamente in viaggio con noi, è un integratore antiossidante antirughe antinvecchiamento anticolesterolo anti schifezze varie e fa miracoli).
Altro acquisto mai più senza in zona: l’argento, visto che a Essaouira c’è la tradizione del lavoro artigianale di argento e filigrana. Carichi di acquisti, siamo arrivati al pranzo. Pesce da Chez Sam, al porto, pieno di memorabilia di Jimi Hendrix che ha vissuto a Essaouira per anni – si vede che gli piaceva il nostro fumo, ha chiarito la guida, pragmatica. Nota mentale: vorrei ritornarci a fine giugno per il Festival di Gnaoua, la musica tradizionale che, la scorsa estate, ha attirato più di 400 mila visitatori.
L’altro giro – avevamo con noi la bimba di due anni, più di così non si riusciva a fare – a Taroudant, conosciuta come la piccola Marrakech. La cosa più interessante (oltre al suq e, beh, all’olio di argan) è stata la visita a un vecchio cavanserraglio trasformato in mercato di frutta secca. Uno dei pochi sopravvissuti, ha detto la guida, “perché qui da noi si tende a demolire il vecchio per costruire palazzi nuovi”. Non solo lì da loro, mi pare.
Infine, nota familiare: è stato il primo viaggio all’estero di Beatrice. Grazie a lei, che è molto più social dei genitori ed è diventata immediatamente la mascotte del villaggio, abbiamo vinto l’ambitissimo premio “Famiglia Mulino Bianco” (non sto scherzando, purtroppo, ma non mi chiedete cos’era: non l’ho ritirato. Va bene fare la vacanza in villaggio perché hai una bimba piccola, ma c’è un limite a tutto). In più ha visto da vicino il cammello, ribattezzato immediatamente Cammello Camillo (Pimpa docet) e i cavalli, che l’hanno terrorizzata. Non avendo ancora l’età da rughe e quindi da olio di argan, come souvenir si è accontentata di una pashmina arancione (“mamma, voio pashina acione!”), che ha indossato con fierezza, pur calpestandola ripetutamente.

Tags: agadir, essaouira, marocco, suq

Propositi funambolici per l’anno nuovo

petit

Con la purezza il movimento non ci perde, ci guadagna. Posso passare ore a curare un dettaglio. Mi accorgo che un gesto già fatto infinite volte ha ancora infinite possibilità, infinite promesse.

Ho capito che qualunque attività diventa più soddisfacente se ci si dedica corpo e anima. Io mi lascio coinvolgere completamente, sia che che tiri di scherma o lavori il legno, faccia il giocoliere o tenga una conferenza: la mia mente è tutta lì, il mio corpo tutto lì.

Questo lo ha detto Philippe Petit in un’intervista fatta da Gabriele Romagnoli per Vanity Fair, un paio di mesi fa. Una persona che mi piace che ne intervista un’altra che mi piace, mio premio personale Intervista dell’anno 2009. Molti conosceranno Philippe Petit perché recentemente è stato ospite da Fazio (ah la tv, si esiste solo se si va in tv, eccetera). Comunque,  è il funambolo, per descriverlo in modo riduttivo, che fra le altre cose ha passeggiato fra le guglie di Notre Dame e fra le Torri Gemelle buonanima. E ha scritto un magnifico libro, leggero come la sua arte, Trattato di Funambolismo, da leggere come un saggio filosofico. Bonus: il libro ha una splendida prefazione di Paul Auster, e giù con la gente che mi piace. Minus: l’ultima edizione, adocchiata in libreria, ha una fascetta rossa che strilla: “Ospite di Fabio Fazio”, come fosse un incentivo a comprarlo e un aiutino per riconoscerlo, e probabilmente lo è davvero. Da un altro suo libro, Toccare le nuvole, è stato tratto il documentario Man on Wire, Oscar 2009, che consiglio caldamente.

Insomma nella frase che ho citato in apertura ci sono due concetti bellissimi, che inseguo da una vita. Il primo è quel gesto ripetuto infinite volte che ha ancora infinite possibilità. Petit lo dice a proposito del suo allenamento, continuo e costante, per essere in grado di danzare sul filo. Ma potrebbe essere lo stesso per qualunque lavoro, qualunque impegno. Certo, obietterete, lui deve essere allenato e concentrato, altrimenti si spatascia al suolo. Ma in realtà conosco persone che svolgono lavori meno pericolosi e meno eccitanti, e lo fanno con passione e cura ammirevoli. Io, invece, mi annoio. Mi stanco. Sono incostante anche nelle cose che amo, figuriamoci in quelle che devo fare per obbligo. E invece vorrei tanto, per questo nuovo anno, saper trovare la bellezza nei gesti ripetuti, nel quotidiano, nel già visto.

L’altro è quello che una mia ex capo riassumeva efficacemente nella frase Wherever you are, be there. E anche lì, sono carente. Quella sensazione di cui parla Petit: “la mia mente è tutta lì, il mio corpo tutto lì”, l’ho provata davvero raramente. Ne parlavo già due anni fa ma evidentemente non ho risolto granché.  Molto spesso, qualunque sia la situazione in cui mi trovo, penso che vorrei essere in un’altra. In un altro posto, a fare altre cose, con altra gente. E poi magari anni dopo rimpiango quella situazione dalla quale, al momento, volevo fuggire. Ecco, io spero per quest’anno di riuscire a vivere pienamente le situazioni senza farmele scivolare addosso mentre ne inseguo altre. E lo auguro a voi tutti, di essere presenti in ogni momento. Anche in quelli che non vi piacciono; essere presenti spesso è l’unico modo per capire, reagire e cambiare scenario.

Tags: 2010, buoni propositi, capodanno, gabriele romagnoli, philippe petit, scelte di vita