A proposito (anche) di Erba

Stavo riflettendo sull’intelligente commento di Giulia al post sulla tragedia di Erba pubblicato su Grazia che, pur valutando negativamente come tutti l’operato (e i pregiudizi verso il tunisino, lo straniero, il mostro pronto da sbattere in pagina) dei mezzi di informazione ricorda: “Il 70% delle donne che muore di morte violenta muore per mano del partner. Indagare nella direzione del marito era quasi automatico”.

Intanto la radio mi sputava in faccia questa notizia:
La famiglia uccide più della mafia.
Un morto ogni due giorni, 1.200 vittime in cinque anni. Su dieci omicidi avvenuti nel 2005 nella sfera familiare, sei sono stati commessi tra le mura domestiche. (Rapporto Eures-Ansa 2006, qui l’articolo completo).

Mi è tornata in mente la frase della scrittrice francese Suzanne Prou, che mi aveva tanto colpito quando studiavo all’università da sottolinearla più volte:

Una chaîne d’amour la famille? Non, une succession de haines plus ou moins avouées, plus ou moins violentes.

(Una catena d’amore la famiglia? No, una successione di odi, più o meno riconosciuti, più o meno violenti. Da Méchamment les oiseaux).

Sì perché senza arrivare al dramma, alla tragedia, chi non ha un amico o un’amica psicologicamente rovinati dalla famiglia? Chi non conosce persone che non riescono a tagliare il cordone ombelicale, sia fisicamente, vivendo ancora con i genitori, o psicologicamente, essendo comunque succubi, pronti a scattare a un richiamo, a regredire allo stato di preadolescenti balbettanti, a trascurare il partner, i figli, la propria famiglia, quando quella di origine, imperiosa, chiama?
E non si tratta di un male di oggi. Ascoltando i racconti di nonni e parenti escono fuori storie inquietanti di vendette trasversali, sgarri fra cugini, botte come se piovesse, pressioni psicologiche devastanti. Più parlo con le persone più mi rendo conto che molte famiglie creano legami malsani, morbosi, di dipendenza. Non importa quanti anni si hanno, non si smette mai di essere figli. O fratelli, sorelle. Di replicare all’infinito quel pattern di comportamento, quegli schemi, di recitare la parte appresa fra le quattro mura di casa.
O si tenta di liberarsene inscenando psicodrammi che mi lasciano perplessa, come quello, ultimamente molto di moda anche da noi, delle Costellazioni familiari ideato dallo psicoterapeuta tedesco Bert Hellinger.

Ogni famiglia-dice- è regolata da legami segreti, gli “ordini dell’amore”. Ogni famiglia è un campo di coscienza collettivo, che va oltre l’individualità. Quando questo ordine si rompe, per esempio con l’esclusione di un membro della famiglia (per morte o altri drammi), qualcuno “prende il posto” dell’escluso e ne “assume il destino”, e ciò può portare a malattia, malessere e addirittura alla morte.

Così, tanto per prenderla alla leggera.

8 thoughts on “A proposito (anche) di Erba

  1. Il tema “famiglia” in Italia è sempre molto delicato.
    Sembra quasi che tutto il “sistema sociale” si basi sull’istituzione “controllata” della famiglia. Non è un caso la battaglia sui Pacs.
    E non è un caso che questa incredibile statistica (rapporti morti famiglia/mafia) non sia stato ripreso da qualche telegiornale.
    Personalmete credo che – nella maggior parte dei casi – la prima grande decisione da prendere nella vita sia mollare la famiglia a 18 anni.
    Camminare da soli, liberi e in piena coscienza di quello che si fa.

  2. Sono d’accordo con Baltasar, l’argomento famiglia è scomodo per tutti, anche per chi fa statistiche e le propone, penso che sarebbe interessante raffrontare l’indagine con i dati EURES-ANSA 1860.
    La famiglia è un nucleo di persone, oggi più di prima prontamente informate in dettaglio sul massacro quotidiano, chi nasce in quest’ambiente non può che pensare che sia consuetudine scannare qualcuno quando si è nervosetti. Uscire di casa a 18 anni farebbe certamente bene, responsabilizza e lascia poco tempo per inzupparsi la mente di pensieri non propri. L’altra personale soluzione sarebbe quella di schiattare tutti a sessant’anni…vedi come ti passa la voglia di litigare!

  3. La tua analisi dà ragione alla mia campagna antimonogamia (anche letta come antimatrimonio).
    Signore, non sposatevi.

    Più partner vuol dire meno rischio di omicidio (e molti più regali a S.Valentino)!

  4. Baltasar: il problema è che in Italia nessuno o quasi esce di casa a 18 anni, bensì resta a oltranza a, come dice Raffa, “lasciarsi inzuppare la mente di pensieri non propri”.
    Dania: fosse così semplice. Non avere l’anello al dito non preserva dal fidanzato/amante/storia di una notte/ che danno di testa, purtroppo.

  5. Hai ragione Blimunda, bella riflessione. Io penso proprio che la famiglia sia spesso “malata” e faccia ammalare. Quello che mi sorprende è che le “malattie” si diffondano terribilmente anche alle famiglie/coppie/relazioni non basate sul matrimonio, sembra che nessuno schema alternativo possa esentarci dagli psicodrammi e dalle influenze deleterie. Mi viene da dire allora che sono i rapporti interpersonali ad essere malati. Però dalle malattie spesso si può guarire. Così, tanto per prenderla alla leggera :-)

  6. Forse sono un po’ controcorrente ma credo dipenda dalle esperienze della vita. La cosa migliore sarebbe quella di riuscire a rendersi mentalmente e realmente indipendenti, per poter apprezzare i lati positivi della famiglia senza sentirsene soffocati. Non è sempre facile.;-)***

  7. “mentalmente e realmente indipendenti”, spesso è proprio quello il problema…

  8. Infatti, Princy e Aranel: la famiglia può essere rete di sicurezza o gabbia: troppo spesso è gabbia, troppo spesso rendersi indipendenti (senza tagliare i ponti) risulta impossibile.

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