Il mio festival del giornalismo al femminile

Sul festival del giornalismo ho poco da dire di nuovo: eccezionale il programma, grandissima l’energia, incredibile, quest’anno più che mai, la forza di Arianna Ciccone, nonostante tutto presente ovunque, alla reception agli incontri al palco ieri sera con Ezio Mauro – che ha smentito la nomina di Lilli Gruber come direttore dell’Huffington Post italiano e ha auspicato l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti.
Purtroppo, per vari noiosi motivi mi sono fermata pochissimo e non ho salutato molte belle persone che varei voluto vedere. E ho perso panel interessantissimi; per fortuna il flusso di informazioni sull’hashtag #ijf12 e sul sito ufficiale è incessante e mi permette di seguire quasi tutto anche da casa.
Però mi sono divertita molto a moderare il mio panel sul Net feminism (al link trovate anche il video integrale dell’incontro), creato nei mesi scorsi insieme a relatrici d’eccezione come Marina Petrillo di Radio Popolare (twitter: AlaskaRP), Raffaella Menichini di Repubblica (twitter: menicr), Serena Danna del Corriere – La lettura (twitter: serena_danna) che con questo pezzo ci ha offerto lo spunto iniziale.

Partendo dal presupposto che

Le donne sanno fare rete da ben prima che la rete esistesse

e soprattutto evitando tutti i calimerismi che potevano essere facili in un panel del genere – nessuno ci vuole, siamo troppo poche nei posti di comando, facciamo meno carriera, povere noi, eccetera; sarà pur vero, ma continuare a piangerci addosso non ci farà progredire di una virgola – abbiamo provato a capire se la libertà offerta dalla rete può essere un modo per aggirare le gabbie delle redazioni, le regole imposte e vecchie di decenni, e trovare un nuovo modo di fare informazione e raccontare le storie, nostre e altrui.

Riassumo citando le frasi che mi hanno colpito di più (molte!).
Raffaella Menichini ha raccontato la sua bella esperienza: “Il web mi ha regalato una nuova stagione della mia professione. Mi ha messo in contatto sia con la generazione delle femministe passate che con le ragazze di oggi. Quello dell’integrazione fra la carta e il web è stato ed è un periodo molto esaltante; dal mio punto di vista sto cercando di fare evangelizzazione in redazione, parlare con le giovani colleghe, favorire l’apertura verso l’utente. Le più disponibili a cambiare atteggiamento sono le colleghe donne. Sarà un caso? Non credo”.
Marina Petrillo ha ricordato che esistono donne che non votano ma twittano. E ha parlato di economia del dono: “Il dono non è un regalo: qualcosa ti torna sempre indietro. Grazie alla condivisione libera in rete ottenieno reputazione, attendibilità, rinforziamo il nostro network. Siamo tutti dentro la stessa conversazione, e per la prima volta non conta quanti soldi hai, ma la qualità di quello che proponi, la reputazione, l’attendibilità. Ritwittare pezzi di altri colleghi, oltre a fornire un’informazione più completa al lettore, è un bel modo per favorire il libero scambio di informazioni. Sì, regaliamo un clic, e allora? Sarebbe ora di passare da logiche di concorrenza, verticalità, profitto a quelle di libero scambio, contagio creativo, etica e reputazione. E aggiungo una mia constatazione, a pelle: la rete è femmina e oggi i migliori account twitter di colleghi maschi che vedo in giro sono quelli che lo usano in modo estremamente “femminile”, mettendo l’accento sulla condivisione.”
Con Serena Danna abbiamo visto il video di Caroline Drucker già citato nel suo articolo, che trovate in fondo al post. Il presupposto di partenza? Non chiamiamoci ragazze se vogliamo essere prese sul serio come donne. Molto vero, dato che se si lavora online, nonostante anni di carriera su altri media, in certe redazioni si viene ancora trattate come “la ragazza del web”, quella che al limite ti sistema la stampante. E un aneddoto a sorpresa: il suo articolo sul Net feminism, messo online su La27Ora, ha ottenuto pochissimi commenti (normalmente, il blog è vivacemente commentato) e quasi tutti perplessi, come se non fosse un argomento di interesse o di attualità. “Oggi abbiamo capito che la rete non è più il posto dei sogni, dove tutto può accadere, come si pensava all’inizio, con il cyberfeminism. Certe dinamiche tipiche della vita offline si riproducono online, purtroppo. Io ho un approccio molto laico verso l’informazione online; penso sia un grande passo avanti da sfruttare al meglio, non la panacea per tutti i mali. Ma l’identità di donna in rete oggi passa attraverso un’integrazione che non significa annullare le differenze. La sensibilità di genere va ad arricchire la nostra porfessionalità. Internet va visto come un terreno fertile dove produrre nuovi contenuti.”

Anche perché recentemente la Fnsi ha sentito il bisogno di firmare una carta per le pari opportunità e abbattimento degli stereotipi; insomma, siamo ancora all’epoca delle quote rosa, dei panda, delle riserve indiane. Basta guardare questi numeri forniti dall’Usigrai e dall’Osservatorio di Pavia. E la Bbc, in quanto a discriminazioni, non sta meglio.
Però abbiamo detto niente calimerismi ma solo ottimismo per un mezzo che dalla riserva indiana ci permette di uscire, Marina Petrillo chiude ricordando l’esempio virtuoso di MotherJones, una testa “nata dal nulla, grazie a donazioni, raccontando le cose partendo dal basso, dal piccolo: la capacità delle donne di raccontare il mondo partendo dal piccolo è straordinaria. E, da scrittrice, fa un appello: “Donne, parlate con le altre donne. E torniamo, tutte, a mettere l’accento sullo storytelling, sulla narrazione. Perché una storia cambia, e molto, a seconda di chi la racconta”.
Bellissima risposta di Raffaella Menichini a un’ascoltatrice che chiede se fare giornalismo sul web non sia un modo per ghettizzare ulteriormente le donne: “Il web è il posto dove devi essere oggi. Se non sei sul web, non esisti. Anzi: i colleghi della carta ci pregano di mettere i pezzi online!”.

Alla fine, un’ascoltatrice ci ha ringraziato per aver offerto “una boccata d’aria fresca”: era esattamente il nostro intento.

E io? Gongolavo. Condivisione, link esterni, nessuna barriera, no all’eva contro eva, sì alla narrazione di emozioni. Un’ora bellissima.
Se vi interessa l’argomento, leggete anche il resoconto del panel Women and Media, di mercoledì 25. E date un’occhiata al bellissimo video proiettato durante l’evento: Miss Representation, il trailer di un documentario appena realizzato negli Usa. Perché il nostro non è un paese per donne, ma anche altrove non scherzano.
Qui il video di Caroline Drucker
(La foto in alto è di Federica Cocco)

2 thoughts on “Il mio festival del giornalismo al femminile

  1. Grazie per il pezzo! Evidentemente, non tutte la pensano allo stesso modo sulla faccenda delle “girls” :)

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