La Liguria non è un paese per turisti, reloaded

Oggi mi piacerebbe tanto essere a Genova per l’incontro Social Media Team Diffuso, proposto dall’Assessorato al Turismo a blogger e persone attive sui social network che risiedono in Liguria. Ringrazio molto per l’invito e spero di poter partecipare la prossima volta – anche se non risiedo più da troppi anni in Liguria, chi mi ha invitato sa che resto ligure inside, evidentemente. Ma purtroppo il lavoro l’ho dovuto cercare a Milano, eccetera, eccetera. Se ci siete, passate: alle 18.00 presso la Sala Auditorium della sede di Piazza De Ferrari, 1. (A proposito: non vedo l’hashtag nell’invito, magari la prossima volta suggeritelo, visto che avete invitato blogger e socialmediaqualcosa, sarebbe interessante vedere se la conversazione continua su twitter…)

Avrei detto un po’ di cose sul turismo social in generale e sulla Liguria in particolare. Avrei detto, ad esempio, che da quando vivo a Milano ho scoperto che la mia regione è molto più amata, conosciuta e valorizzata da chi non c’è nato, che la scopre e la racconta sui social spontaneamente, lasciandosene stupire (come, lo racconto in parte qui). Mentre noi facciamo clamorosi autogol come questo
Avrei parlato, soprattutto, della discussione nata via twitter ieri dopo una mia fotografia. Perché io, da anni, fotografo e pubblico i divieti di Liguria. Avete presente? Dal classico “Non giocare a pallone”, che ha funestato le estati mie e di tanti altri ragazzini dopo di me, al creativo “Vietato fare buchi nella sabbia”, visto in uno stabilimento balneare frequentato quasi solo da famiglie con bambini, fino al crudele – per chi magari ha i tacchi e ha camminato per ore – “Vietato sedersi sul gradino”, scoperto in un negozio del centro storico. Lo faccio come lo si farebbe con un fratello, un genitore o un caro amico molto amato ma dotato di caratteraccio: con affetto, una punta di fastidio per l’accoglienza ancora una volta disattesa, un po’ di complicità per quel modo ruvido e immutato negli anni di intendere il turismo, anche con un pizzico di orgoglio per quell’essere “Lontano dalle mode del momento” come direbbe il maître à penser di noi quarantenni (Jovanotti, in caso non foste del gruppo) e distanti dalla cortesia spesso ipocrita e untuosa di altre località che a me, ruvida come sopra, più che gratificare infastidisce.

Qualche giorno fa ho trovato questo illuminante avviso di “Cestino riservato”, chiedendomi cosa sarebbe successo al malcapitato che, non essendo cliente della gelateria, avesse per errore gettato un pezzetto di carta.

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Ieri invece ho postato questo cartello, casualmente (casualmente?) esposto nella pescheria proprietaria anche di questo ristorante. Un cartello che ti fa venire proprio voglia di entrare gioioso e fare un mutuo per acquistare tonno e palamita, certo.

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E, proprio come succede per il fratello pecora nera, io sono la prima a esporre le mancanze del turismo ligure, ma siccome di base c’è un amore incrollabile e against all odds, se lo fa qualcun altro mi offendo. E la mia reazione è quella, atavica, di tutti o quasi gli esercenti liguri.

Non vi piace così? Statevene a casa, ché qui di posto ce n’è poco e intanto siamo pieni lo stesso.

Quindi, pur essendo stata la causa scatenante, ho osservato con crescente irritazione i commenti alla mia immagine, ritiwittata da Roberta Milano, che erano di questo tenore:

Ovviamente, come da un po’ di anni a questa parte, io sto passando parte della vacanze in Liguria (sailabambina). E quello che vedo è quello che vedevo quindici anni fa, quando ancora ci vivevo. Spiagge prese d’assalto, non un ombrellone libero (ah, la sublime disposizione di ombrelloni e sdraio in Liguria, secondo le immortali regole dello Shanghai! Ah, quei generosi cinque centimetri che passano tra il tuo gomito e il piede sporco di sabbia del bambino dei vicini, che si spalmerà a più riprese tra il tuo il tuo libro e il telo mare!). Ristoranti che rigurgitano gente – sì, anche i più tragici come quello che ho recensito. Ogni sera il pienone, cosa che ti fa pensare: o la gente è priva di palato, o il passaparola non funziona, o sono sempre persone nuove che poi non torneranno mai più ma intanto per una cena ci cascano. Hotel che espongono il cartello tutto esaurito da un mese, genitori disperati che non sanno dove andare a dormire per vedere nel weekend i bimbi parcheggiati con i nonni. E quindi, direte voi? E quindi mi viene da pensare – provocatoriamente, certo, però –

Vengono perché è vicino a Torino e a Milano? Anche la posizione geografica è un atout, o no? Vengono perché si trovano bene, perché i paesaggi sono innegabilmente belli, perché scegliendo accuratamente si mangia bene, perché abbiamo tante Bandiere Blu? Non lo so, ma arrivano a frotte, da sempre. E visto che l’umanità tutta tende al minimo sforzo, e per il turismo ligure i risultati continuano a esserci – parlo empiricamente, certo; non ho dati alla mano, non ho fatto i conti con il fatto che cèccrisi, eccetera – ha senso violentare un’attitudine? Se siamo sarvæghi e stundai ma il nostro problema sarebbe più quello di mettere un numero chiuso al casello autostradale che quello di attirare gente, cosa può apportare, in più, un cambio di attitudine, posto che questo riesca? Non sto parlando di rispetto e buona educazione, ovviamente; quelli devono esserci a prescindere (la maleducazione, però, non l’ho trovata solo in Liguria; sono la prima a stigmatizzare le asperità dei miei conterranei, ma non venitemi a dire che in una qualunque città turistica italiana vi hanno trattato sempre con i guanti, perché non ci credo). Parlo di una finta cortesia untuosa che qui non troverete e io, sarò nata qui e sarò decisamente più gatto che cane, poco incline alle smancerie, ma lo preferisco.
Non avrebbe più senso invece lavorare su un’offerta diversificata, promuovere al meglio quello che abbiamo – sono andata a visitare il Museo Archeologico del Finale, ad esempio, e l’ho trovato delizioso, ma tutti s’intruppano in spiaggia senza soluzione di continuità – anziché lavorare, fallendo, sul carattere di un popolo?

Ecco, a me di questo piacerebbe parlare parlando di narrazione spontanea del territorio. Cercate la spontaneità? Volete raccontare con trasparenza un viaggio, un momento, un ricordo? Se lo strumento è – finalmente – senza filtri, forse lo devono essere anche i luoghi e le persone che raccontate.

Poi, certo, se non vi va bene, potete pure starvene a casa a farvi consumare dall’afa e mangiare dalle zanzare*

(*è ironico, non so perché ma ho sentito il dovere di specificarlo.)

53 thoughts on “La Liguria non è un paese per turisti, reloaded

  1. La Liguria non mi è mai piaciuta come meta turistica. Ora che sono costretta a viverci e la vedo sotto ogni sua forma, peggio ancora. Qui il nulla, la noia. Non per mancanza di qualcosa (i paesini sono anche carini), ma personalmente non mi trasmette nulla: la trovo fredda, impersonale, cara e poi è tutta uguale. Sarà che sono abituata da sempre ad altri mari degni d’esser chiamati tali: La bellezza del sud, la ricchezza, il calore, il cibo fresco/abbondante e il mare non hanno eguali sia per bellezza sia per il rapporto qualità prezzo! Per quanto mi riguarda la Liguria è sopravvalutata. Soprattutto se si è frequentatori di perle del sud e del Tirreno (Gargano, Taormina, Tropea, Capo Vaticano, Copanello, Cilento ecc.. ) Provare per credere..

  2. Ma perché non te ne torni a Torino a mangiare un po di nebbia..invece che lamentarti della liguria.

  3. A chi parla male della bella liguria .. sttne a casa a racogliere patate in piemonte… non gli vogliamo qui! Turismo scadente piemontese!

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