Paola Caruso, il precariato, le reazioni di pancia

C’è una ricerca dell’University of Pennsylvania Social Transmission, Emotion, and the Virality of Online Content, non recentissima (2009) ma molto interessante, che dimostra come un articolo venga condiviso online molto più facilmente se ha un contenuto emozionale. E lo fa analizzando circa 7.500 articoli del New York Times. Ora, se giocarsi la carta della “pancia” funziona per il New York Times, potete immaginarvi cosa possa succedere su un social network, dove gli umori ribollono e la gente c’è solitamente per un solo obbiettivo: to voice their opinion.
E’ l’unica spiegazione che riesco a darmi per l’incredibile polverone suscitato dalla vicenda di Paola Caruso, tra ieri e oggi. Perché, fuori da ogni giudizio e con tutta l’umana comprensione per una persona che non conosco ma che sta lottando per il lavoro, altrimenti non me lo spiego.
Non mi spiego come  centinaia di persone abbiano istantaneamente, furiosamente, all’unisono, sposato una causa senza avere dettagli in merito e accettando poche righe di spiegazione che arrivano da una sola parte.
Si parla di “assunzione” di un’altra persona al posto di Paola Caruso, quando il Corriere è in stato di crisi e non può assumere nessuno. La persona viene definita dalla stessa Caruso “un pivello proveniente dalle scuole di giornalismo” e “un raccomandato” (EDIT: Paola dice di non aver mai scritto raccomandato, io ero certa di averlo letto ma evidentemente era in qualche commento, non nei suoi post, per cui diciamo: “che molti dei suoi sostenitori sostengono essere un raccomandato”). Sempre per completezza dell’informazione, sarebbe interessante ascoltare anche la sua, di opinione, visto il casino in cui è stato tirato dentro.
Poi. Non si capisce come a Paola Caruso sia stato rinnovato un  co.co.co. per 7 anni quando, lo ricordo dai miei anni in Mondadori, dopo il secondo rinnovo già c’erano i presupposti per una causa di lavoro. Sempre per citare Mondadori (e parlare, quindi, di cose che conosco), ci sono persone assunte grazie all’intervento del giudice del lavoro per molto meno. E dov’era il Cdr? Cos’è accaduto in questo caso? Davvero lo sciopero della sete (poi rientrato) e della fame era l’unica chance per ottenere una risposta? Io vorrei davvero capire, ma non ho gli elementi per farlo. Chi ha assicurato l’endorsement a Paola come un sol uomo, invece, pare avere capito tutto, sapere tutto, non è sfiorato dal minimo dubbio. A me questo fa paura. Fa paura questa certezza granitica che anima i social network di avere sempre e comunque la risposta giusta. Perché me l’ha detto lei. Perché è una mia amica. Perché le aziende sono tutte bastarde. Perché se non sei raccomandato non vai da nessuna parte. Perché le conventicole.
Nella situazione italiana e nella fattispecie in quella del giornalismo della carta stampata, che vive una crisi nella crisi, un caso di questo genere, seppur doloroso umanamente e professionalmente non dovrebbe suonare strano o imprevisto. Chiunque lavori nel giornalismo, soprattutto su carta, sa bene, da anni, di essere a rischio; dov’è la novità? E’ sbagliato? Sbagliatissimo, certo. Ma non mi venite a fare le Biancaneve che non sanno; le redazioni, tutte, hanno un certo numero di collaboratori esterni, spesso sottopagati, a volte ai limiti della legalità. Però, i postulanti che restano fuori anche da questi sottocontratti o non contratti sono comunque molti di più di quelli che riescono a mettere un piedino in redazione. Evidentemente questa professione esercita ancora un fascino perverso per cui molti sono disposti ad accettare condizioni al ribasso. Sbagliato, ingiusto, scorretto, d’accordo: ma è la legge del mercato.
Credo quindi che questa protesta abbia travalicato il caso specifico per intercettare un maldipancismo generale. E creare una sollevazione popolare (anche con accenti lirici notevoli) contro il “precariato”, che va ben oltre Paola Caruso, il Corriere iniquo, la professione giornalistica.
E alla fine è questo che mi spiace di più, perché credo fermamente nel potere comunicativo di internet e odio vederlo usare in maniera così acritica e massificata.

Per chi vuole provare a capirci di più: qui c’è il tumblr di Paola Caruso e qui alcuni dei suoi sostenitori. De Bortoli nel frattempo ha risposto sulla pagina Facebook del Corriere chiarendo: “Non c’è stata alcuna assunzione, la protesta è infondata” e dice che non ha mai ricevuto richieste di colloquio da Paola Caruso ma è disponibile a incontrarla (il resto qui). Infine, due tra le poche voci fuori dal coro, Matteo Bordone e Guia Soncini. Leggete tutto. E provate, almeno, a farvi un’idea che sia solo vostra.

EDIT Aggiungo il commento di Massimo Mantellini che mi piace soprattutto perché s’interroga sulle reazioni della rete, che era il vero obbiettivo di questo mio post: “E’ il racconto commovente della solidarietà in rete e del talento di chi immagina – ognuno per sé – modi e maniere per poter rendersi utile alla causa. E’ contemporaneamente anche lo specchio di dinamiche meno piacevoli come quelle legate alla scarsa chiarezza del contesto: un amplissimo movimento di convinta solidarietà è nato e cresciuto in poche ore basandosi su pochissime incerte informazioni.” Il resto qui.

Ah, e qui ci sono i commenti a questo post su Friendfeed

147 thoughts on “Paola Caruso, il precariato, le reazioni di pancia

  1. Blimunda, ho letto su Friendfeed il testo di un commento della Caruso, riportato da Susan Vance (vabbè).
    In quel testo, Paola affermava di non essere raccomandata:

    E soprattutto non ha sponsor. Perché diciamolo chiaramente: non sono raccomandata. Il mio problema è questo: non sono raccomandata. Voglio proprio vedere se una NON RACCOMANDATA riesce a far tremare via Solferino.

    Che è un po’ una cosa che diciamo tutti i non raccomandati (“Non mi prendono/assumono/regolarizzano/pagano abbastanza perché non sono raccomandato”).

    Da questo, tutti hanno desunto che il suddetto fuoriuscito lo fosse, raccomandato. Ma lei non l’ha affermato mai (a meno che, ovviamente, non esca fuori qualche altro commento fatto).

    In parole povere: sì, una allucinazione collettiva. Ma è un problema comune a tutte le reazioni di massa.

  2. elena, se non ho capito male il post a cui ti riferisci è questo, che dice così:

    La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.

    (e detto questo, vado a dormire)

  3. Gatto, guarda, c’è gente pronta a giurare di aver letto pure la parola “raccomandato” ieri, ma vabbè: il problema è un altro. Se Paola non ha scritto raccomandato, allora definirlo così è una libera iniziativa di Nicola Mattina e Max Kava? Ma soprattutto: De Bortoli nella sua risposta che chiarisce che il pivello “non è raccomandato” cosa lo scrive a fare se nessuno glielo ha detto? Boh.

  4. Sono pure io per il “boh”, e mi guardo bene dal prendere posizione in una questione che secondo me non è ben chiara neanche alle parti coinvolte.
    Però, come ho già detto, io Paola la capisco benissimo. E l’ammiro anche un po’.

  5. Gatto, io capisco, ma per rispondere alla tua domanda di un po’ di commenti sopra, se dopo 7 anni non ha svoltato in qualche modo, secondo me è anche ora di pensare a un cambiamento.

  6. De Bortoli lo avrà letto nella lettera che qualcuno gli ha certamente inviato e il cui testo è raggiungibile anche dal sito di Catepol.

  7. Esatto.
    Per altro ora Paola ha fatto anche la figura di quella che dà del raccomandato (e che quindi – spallatina, spintettina, sorrisino di complicità – è una invidiosa).
    È un’etichetta che non si leverà.

  8. Ad un certo ci siete andati vicini, siete quasi riusciti a comprendere il vero motivo per cui la rete si è mobilitata in massa e in modo pressochè compatto: ciascuno di noi è Paola.

    Il Coordinamento Precari Università appoggia la protesta di Paola perchè condivide il suo stato d’animo e vive la sua stessa frustrazione. Per noi è storia di tutti i giorni veder passare avanti a noi parenti, amici, amanti dei baroni o pivelli senza pubblicazioni dopo anni di precariato. E in molti casi non si tratta di 7 anni di precariato, ma di molti di più e a volte pagati cifre simboliche. Non 1000€, ma a 1€ per un corso universitario. E’ questo il valore dell’istruzione? E’ questo il valore del nostro lavoro? Ora, con la riforma Gelmini quasi approvata e di cui nessun media vecchio, nuovo, nuovissimo parla la nostra situazione di precariato diventerà strutturale.

    Io sono Paola, anzi, ho aspettato anche troppo a lungo prima di alzare la voce o di mettere in scena una protesta capace di scuotere la coscienza di chi è dentro e fuori dalla rete e dall’Accademia.

    Cerchiamo di capire che cosa sta succedendo a questo Paese e perchè ci sono così tante Paole esasperate, piuttosto che perdere tempo a controllare se ha scritto “pivello” o meno, “raccomandato” o meno.
    Cerchiamo di risollevare il livello della discussione, altrimenti la blogosfera è destinata a ridursi ad una replica dei talk show del pomeriggio RAI.

  9. Blimunda, finalmente qualcuno che dice quello che penso anch’io! Confesso che spiazza anche me questa reazione di massa di fronte a poche righe di spiegazione (e anche confuse). Capisco gli amici, che forse, conoscendo la persona direttamente, vogliono sostenerla. Ma i giornalisti che non verificano, che condannano a priori, che diffondono notizie non vere (ad esempio quella del raccomandato, che a quanto pare e come sottolinei tu, non ha nemmeno scritto Paola), ecco, proprio questo non si spiega. E guai a dire il contrario! Sei insensibile, ignorante, ottuso. Sono convinta che per sostenere seriamente una causa ci sia bisogno di sapere tutti i dettagli. Altrimenti è fuffa. E la massa, pecore.

    (Ok pronta a esser crocifissa)

  10. Valentina, no. Io sono ovviamente a favore delle battaglie “contro il precariato” (e chi non lo è?). Ma questa non è una battaglia contro il precariato. Questo è sposare acriticamente, di pancia appunto, la battaglia singola di una singola persona che si chiede “perché lui sì e io no”. Senza possedere tutti gli elementi della questione, senza nemmeno sapere di quali contratti stiamo parlando, con una vaghezza di toni nella rivendicazione che mi lascia sconcertata, senza ascoltare altre campane che quella di una singola persona frustrata e delusa.
    Seriamente: se il Corriere assume Paola per tutto ‘sto casino (e quindi, causa casino e non causa meriti), credi che la situazione di tutti gli altri precari in Italia migliorerà? O le aziende si sentiranno semplicemente più ricattabili?

  11. Paola come ho già scritto mi (ci) rappresenta. Il suo merito non sarà quello di essere assunta (perchè secondo voi le sarà data veramente una prospettiva o verrà solo “calmata”?), ma quello di aver fatto parlare la blogosfera di questo precariato generazionale e di genere che sta slittando pericolosamente nello sfruttamento sistematico di chi non ha un aggancio, di chi crede di potercela fare contando solo sulle sue competenze e sul duro lavoro.

    Paola è riuscita dove altre forme di protesta hanno fallito e non mi interessa sapere se la sua storia è vera o se tutti i dettagli sono stati verificati, perchè conosco la mia di storia e quella di tante altre persone come me: se anche quello di Paola non fosse un racconto del tutto vero è sicuramente verosimile. La solidarietà che si è creata attorno a lei è sincera per questo motivo, secondo me, e non è limitata ai suoi “amici”, ma si estende a tutte le persone che in questo momento vivono una situazione simile alla sua. L’articolo di Berger e Milkman citato, se non ho frainteso, mi sembra che confermi questa mia lettura del fenomeno.

  12. Valentina, io non penso che la solidarietà sia buona a prescindere e credo che la viralità della rete possa causare anche molti danni. E proprio perché questa, insisto, è una battaglia solitaria e non “di classe”, qualunque cosa questo, nel 2010, voglia dire, è estremamente importante che la storia sia vera e non verosimile. Per le altre persone coinvolte, per Paola, per chi ha sposato la sua causa.

  13. C’è da dire una cosa, che però svicola un po’ da quello che è diventata questa discussione ora: se prima si accettava acriticamente la versione di Paola, ora si contesta acriticamente la versione di Paola.
    Nel senso che ora son *tutti* sicuri, anzi sicurissimi, che la Caruso abbia definito “raccomandato” l’altro giornalista. E puntano il dito, ovviamente, su questo aspetto.
    Però di prove non ne ha nessuno. Il post sul tumblr di Paola c’è ancora.

    Ora questo caso è diventato un processo alle intenzioni. In ogni caso, vince sempre l’emotività. Ma sempre quella sbagliata.

  14. Gatto, lascia perdere per un attimo il “raccomandato”. Questa persona, che nessuno sa chi sia, è stata definita: assunta, pivello, magari neanche giornalista. Tu sai se è vero? Io, no.
    Se tu (impersonale of course) basi tutta la tua battaglia sulla reazione di pancia (alimentando la vaghezza, non fornendo dati, cercando la solidarietà immediata, sul piano umano, delle persone), devi anche mettere in conto che tale solidarietà è volubile perché non supportata da fatti e informazioni. Che, quando non arrivano o sono vaghi e contraddittori, fanno immediatamente cambiare il vento.
    se giochi a quel gioco, accetti le regole quando sono a tuo favore e quando ti si rivoltano contro.

  15. Ma sì, io onestamente il tipo lo lascerei proprio da parte: è stato un errore citarlo. Il problema non è che venga assunto un altro, il problema è che non venga assunta – o regolarizzata: usate il termine che più vi piace, il concetto mi sembra abbastanza chiaro in sé – una che collabora con un’azienda da sette anni (di riffa o di raffa).

    Sui backlash emozionali della Rete, concordo: vedi il caso Internet4Peace di Wired. Mi pare proprio la stessa dinamica.

  16. Per quanto tu possa pensare che “sia naturale” (e naturale non è, l’entrare nella testa delle persone e decidere per loro cosa sia stato detto o meno), Paola pare non aver mai detto che il tipo è stato raccomandato, ma solo che *lei* non è raccomandata.

    Io credo che di quello che ha desunto la gente, delle affermazioni di Paola, lei non ne abbia colpa.Rispondi  |  Cita

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  17. Gatto Nero scrive::Per quanto tu possa pensare che “sia naturale” (e naturale non è, l’entrare nella testa delle persone e decidere per loro cosa sia stato detto o meno), Paola pare non aver mai detto che il tipo è stato raccomandato, ma solo che *lei* non è raccomandata.Bene. Ti pregherei, però, di rispondere ai miei argomenti, e non bypassarli completamente: quindi perché lui le è passato avanti?

    Se mi offri un’alternativa verosimile vuol dire che ho sbagliato, e tolgo il PS.Rispondi  |  Cita

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  18. Gatto, d’accordissimo sulle dinamiche della rete. E anche sul fatto che le aziende, tutte, non dovrebbero campare anni sui contratti a termine e sulle vere assunzioni mascherate da finti co.co.co. Meno sul fatto che l’assunzione giornalistica spetti di diritto per anzianità. Come molti altri, non è un lavoro per tutti. E infine, dovremmo (noi che a vario titolo lavoriamo nel settore) aprire gli occhi e ricordare la vecchia frase “Non c’è trippa per gatti”. Stiano parlando di un’assunzione a tempo indeterminato nella redazione di un quotidiano cartaceo. In Italia. Nel 2010.

  19. Certo che lo abbiamo pensato tutti, chi più o chi meno, Giovanni: è una debolezza umana.
    Ma un conto è pensare, e un conto è affermare. E Paola non ha affermato, mentre voi la state processando su questo punto come se lo avesse fatto.
    Per questo il tuo PS è sbagliato, Giovanni. Perché fai passare un messaggio che non è.

    Per inciso, è difficile far capire come il problema non sia tanto che sia stato assunto (“assunto”, fra virgolette, che qua bisogna far sempre dei distinguo) al posto suo, quanto che non sia stata assunta lei o chi per lei, precario da anni.
    Certo: sono due questioni strettamente correlate, ma la sfumatura è parecchio diversa.Rispondi  |  Cita

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  20. Io penso che Paola fosse disperata quando ha fatto la scelta che ha fatto, certo che lo penso. Penso che di disperati, come e più di Paola ci sia piena l’Italia e non solo.
    Penso però che la rete abbia perso una buona occasione per fare un discorso che fosse più organico e non SOLO di sentimento.
    Che a tutti dispiace per Paola. Io non credo ci siano persone qui che ce l’abbiano con Paola o che pensano si sia voluta fare pubblicità. Se ce ne sono, forse sono dei cretini.
    Ci sono persone che sono salite sul carro della protesta in modo confuso, acritico (e si, la critica era DOVUTA per farne un’azione seria), rabbioso. Ma intanto il prezzo lo sta pagando e lo pagherà solo Paola. Leggo di “solidarietà di gruppi” di varia natura. Ma non vedo molti accodarsi allo sciopero della fame di Paola (che ci tengo a dirlo ritengo e ho sempre ritenuto una scelta scellerata).
    E’ vero, ora tutti parlano del caso, la rete ne ha parlato (e secondo me MALE), ma cosa è cambiato? Cosa davvero cambierà? Io vorrei vedere un solo precario uno mettere la faccia accanto a quella di Paola e dire che il suo capo l’ha preso per il culo per X anni qualunque. E allora quello che Paola ha detto la prima sera (ossia che lo sa che è bruciata ma spera che almeno gli altri alzino la testa) sarà vero e forse tutto questo avrà prodotto un qualche effetto. E invece io penso e temo che alla fine di questa storia (una fine vicina, qualunque siano gli sviluppi), tutti passeranno oltre, i precari continueranno a fare i precari e a lavorare per una cifra qualunque e qualcuno ringrazierà forse anche Paola, si, ma di aver liberato un posto da precario di quelli manco male, di quelli che alcuni precari messi peggio se li sognano.
    Perché è una lotta tra polli e io in tutto questo bailamme emotivo e comunicativo non ho visto UNA proposta UNA che fosse costruttiva di una possibilità diversa. NOn ho visto UNA richiesta valutabile dall’editore. Non ho, onestamente, capito cosa si sperava (o si spera ancora) che succedesse. A parte, appunto, parlarne.
    Anche io sono favorevole al parlare eh. Figuriamoci se no.
    Ma se sono conversazioni del tenore del bar dello sport, beh, boh, mi pare un po’ troppo tutto il clamore e il sacrificio di una persona per *questo*.
    Paola pagherà caro il suo gesto. Non ha detto che il tipo era un raccomandato? Può darsi, ma non ha detto nemmeno il contrario quando le prime lettere sono partite per il Direttore del Corsera. Non poteva saperlo? DOVEVA saperlo. O almeno questo le verrà detto.
    Ti fai promotrice di una lotta di un certo tipo, devi saperla e poterla gestire. Una valanga di appoggi, aiuti, rimbalzi e informazioni girate per la rete e nessuno che abbia detto “Oh, ma era raccomandato sul serio? Chiediamolo a Paola” oppure “Oh, prima di inviare una mail al suo direttore, facciamola vedere a Paola”. Macchè. Pancia. E invio. Massmailing. Fossimo stati per la strada gli avremmo tirato i sassi al pivello. E forse pure al Direttore.
    E a pagare sarebbe stata sempre Paola, che noi saremmo scappati tutti per tempo, non ho dubbi.
    Io Paola non la critico. Non ne condivido le scelte, ma ne capisco la rabbia e la disperazione. Umanamente. Anche se non sono “il mio genere”. E come tutte le persone rabbiose Paola ha fatto degli errori perché è stata anche mal consigliata, poco consigliata, male organizzata.

  21. mattiaq scrive::gli illusi sono causa del loro male e quindi non meritevoli di difesa?Oh, be’, un pochino sì. Se hanno più di quindici anni sì.Rispondi  |  Cita

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  22. “Il culo al caldo” – Non so davvero quale sia il tono e l’approccio “giusto” su questa vicenda.
    E’ scandaloso quanto ordinariamente messo in atto dalle aziende verso i lavoratori mediante il meccanismo del precariato ma è altrettanto scandalosa l’attuale legislazione sul lavoro che garantisce i garantiti e se ne frega di tutti gli altri senza consentire la necessaria flessibilità (alle aziende ed ai lavoratori) nel reinventarsi il lavoro giorno dopo giorno.
    Il “lavoro vero” è questo, nulla di stabile come i vetero-sindacalismi ci han voluto far credere, ma il reinventarsi ogni giorno, in fondo senza garanzia altra che quella della proprie capacità garantendo però a tutti i meccanismi di tutela per chi “cade” lungo il percorso.

    Non entro nel merito della vicenda di Paola, non so quali frustrazioni, angosce e pressioni da parte dell’azienda siano state causa di tale enorme reazione.

    Se lei stessa ritiene di aver subito il torto di una vita potrebbe esser giustificabile per lei il metterla in gioco.

    L’unica cosa che possiamo fare noialtri è fare in modo, mediante anche il dibattito politico sulla riforma dell’attuale mercato del lavoro italiano, che non ci siano più altre Paola spinte così in fondo all’estremo da ritenere sensato uno sciopero della fame anzichè un mero ricorso al giudice del lavoro.

    Si tenga conto altresì che per le micidiali e quelle si efficaci reti di auto-protezione delle aziende mediante i meccanismi (professional social network ante litteram) di ricorso alle “informative occulte” procurate dalle persone che lavorano nel settore delle Human Resources (i veri kapò delle aziende attuali), chi si rivolge al giudice del lavoro è poi automaticamente bannato e fuori a vita da quei circuiti lavorativi.

  23. Gatto Nero scrive::Ma un conto è pensare, e un conto è affermare. E Paola non ha affermato, mentre voi la state processando su questo punto come se lo avesse fattoGatto, Paola ha detto che questa persona era stata assunta al posto suo e che era lei a meritarlo, quel posto. Che questa persona l’ha scavalcato e che lei protestava contro le persone, o il sistema, che avevano permesso che succedesse.

    Ora: dire questo equivale a dire che quello è raccomandato, se non ci prendiamo in giro, perché se dici che qualcuno ti ha superato, e tu stavi andando a 130h stai dicendo proprio che quello ha superato il limite di velocità, anche se non scrivi quelle esatte parole.

    Paola avrebbe potuto scrivere, ad esempio, “probabilmente l’hanno preso perché è più bravo di me”, oppure qualunque altra prospettiva – che non sto mica dicendo che sia vera, eh, magari è raccomandato per davvero – ma quello che ha scritto equivale esattamente a dire che quello è un raccomandato.Rispondi  |  Cita

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  24. Se avesse pensato “lo hanno assunto perché è più bravo di me” non avrebbe fatto una protesta di questo genere, è ovvio. Perché dobbiamo dire delle cose scontate?
    E voi, soprattutto, non avreste pensato le stesse cose? Queste sono tutte reazioni naturali, ma sono davvero questioni di lana caprina: il discorso, in nuce, è che di riffa o di raffa Paola Caruso collaborava in maniera continuativa con il Corriere della Sera.
    E non era regolarizzata.

    Ma se volete concentrarvi su altro, fate pure. Possiamo parlare anche del suo taglio di capelli sconveniente.

    Detto questo, però, mi preoccupa che le si voglia mettere in bocca a tutti i costi qualcosa che lei NON ha detto. Ma che si pretende lei abbia detto. WTF?Rispondi  |  Cita

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  25. @gattonero Ti devo contraddire: un annetto fa in un thread di Friendfeed molto agitato e in cui si parlava delle difficoltà ad arrivare a fine mese la Soncini pianse miseria (verificate pure).
    Non ho motivo per non crederle e per pensare che varie collaborazioni al mese con vari editori, oltre alla pubblicazione del suo libro, permettano di condurre un tenore di vita accettabile ;-))))
    Per quanto riguarda quanto scritto da persone diverse da paola, penso che l’utilizzo degli aggettivi scelti debba essere chiesto a loro, no?
    Fermo restando che ognuno è libero di farsi la proprie idee e di esprimerle, finché ci è permesso.
    Visto che persone come Bordone si sono espressi pur ammettendo di non conoscere assolutamente né la persona né i fatti, penso che altrettanto possano fare molti altri (e sono tanti) che conoscono Paola molto bene e spesso anche di persona.
    Paola quanto meno merita rispetto perché era consapevole (come ha scritto) di bruciarsi, pur non avendo le spalle coperte come altri.
    Alla fine, sarà l’unica a rimetterci, purtroppo.

  26. Mi sembra che Paola abbia parlato di attese non per una assunzione a tempo indeterminato ma per un articolo 2 (il contratto nazionale dei giornalisti chiama ex articolo 2 il contratto del collaboratore fisso, con un minimo di stipendio e poi in più i pezzi fatti mese per mese) che è proprio il gradino più basso nella gerarchia. Basso ma dignitoso. La norma sono dei co.co.co “a pezzo” (o con un fisso ridicolo), cioè a cottimo, più scrivi più guadagni.
    Ovviamente le tariffe non sono quelle del tabellario dell’Ordine, ma sono stabilite con motu proprio dal direttore della testata. Esempio Corriere Adriatico, testata locale delle Marche, paga 5, 8 e 13 euro secondo le lunghezze, 13 euro sono per un pezzo oltre le 3000 battute. Per una pagina difficile mettere insieme più di 30-35 euro. Non sono previsti rimborsi spese.
    Il Messaggero paga qualcosina di più, però sotto un certo numero di battute (non so di preciso perché loro parlano di righe e nel caso sotto le 16 righe, ma si tratta all’incirca di una breve) non pagano il pezzo.
    Mi auguro che al Corsera la situazione sia un tantino migliore, ma vi assicuro che stare tutti i giorni a sperare che in pagina ci sia poca pubblicità “così ‘sto mese scrivo di più” non è esattamente esaltante.
    Naturalmente solidarietà zero da parte dei redattori che però se non ci fossero quei rompiballe dei free lance loro col cavolo che le farebbero le pagine, specie quelle dei piccoli centri e dei territorio della provincia. Ciascuno permette all’altro di esistere forse ci dovrebbe essere più aiuto reciproco, ma così non è. Questo rende particolarmente rischiosi i ricorsi al giudice del lavoro perché (e posso fare nomi e cognomi) i redattori assunti sono prontissimi a negare l’evidenza. (E poi santo cielo ma perché per farmi pagare una cifra decente con un contratto umano devo andare in tribunale, perché, spiegatemelo, perché?)
    Per questo non mi meraviglio se da parte di Guia Soncini solidarietà non ce n’è per niente anzi c’è pure un certo tono sbeffeggiante. Tanto lei comunque il sedere al caldo ce l’ha, talmente al caldo da potersi permettere una Birkin, nota borsa cult che costa più o meno 6000 euro. E non è una illazione o un pettegolezzo, la Soncini ne ha parlato con dovizia di particolari (prenotata, viaggio a Firenze, etc) in un articolo.

  27. e se il nuovo assunto fosse, semplicemente più adatto al lavoro, fosse più in gamba, perché no? O le assunzioni devono essere fatte solo con il criterio del “io sono arrivata prima”? Ma possibile che ci sia solo questo criterio? Con tutta la simpatia per Paola Caruso, che ha un modo di scrivere simpatico, un volto accattivante.
    Riguardo al come siano possibili fenomeni di “istinto”, consiglio la lettura di “In un batter di ciglia”, di Malcolm Gladwell

  28. La storia del primo giorno non assomiglia nemmeno da lontano a quella di oggi. E’ cambiato tutto. A parte le raccomandazioni, non è vero che il ‘pivello’ (lei ha nei suoi confronti lo stesso atteggiamento che hanno i suoi capi verso di lei: è pronta per l’assunzione) non è vero dicevo che il pivello non c’entra: è la sua assunzione, che nel primo appello non veniva nemmeno definita a tempo determinato e ora non si sa nemmeno se è un’assunzione, a scatenare la reazione di Paola. Che non è di chiamare quelli come lei e iniziare una battaglia insieme, ma di usare il suo corpo, la sua vita, come un oggetto contundente sulla testa del mondo.
    Sarebbero mille le cose ma ne basti una: Paola non ha mai parlato di promesse non mantenute, solo di aspettative. L’unica cosa che le hanno detto è: ‘non sarai mai assunta’. Non mi pare una promessa, mi pare la durissima realtà. Non ha voluto accettarla e ha giocato una carta pesante e rischiosissima, che dopo quelle parole ha sentito come l’ultima (per fortuna non ha pensato direttamente a quella estrema), ma fare di lei il simbolo del precariato italiano, francamente anche no. Detto da uno che di precariato (oltre 10 anni) se ne intende.

  29. Ah, e ovviamente chi non conosce Paola ma conosce questo lavoro sa che scrivere bei pezzi o essere collaboratori affidabili e bravissimi, non significa essere quelli adatti a fare desk. Anzi, visto che ti occupi di tutto fuori, meglio che stai lì. Ma chi non conosce Paola non può giudicare

  30. @Corrado Avendo il Corriere dichiarato lo stato di crisi, non può assumere finché non scade il termine prefissato di questo periodo.
    In base agli accordi sindacali, non può neanche far svolgere compiti particolari (come l’accesso al desk) da chi non è assunto.
    La vera anomalia però sta a monte, cioè esiste un sistema in cui una generazione e parte della successiva vengono annullate a causa del precariato, senza prospettive per il futuro ma anche per il presente.
    E’ questo che ci deve fare riflettere

  31. @ Ila:
    Ila, conosco un sacco di gente, anche valida, che fa lo stesso lavoro da anni e da anni si lamenta. Alcuni, come Paola, alla fine scoppiano e tagliano i ponti con il proprio datore di lavoro o con la propria carriera.

    Posso parlare solo della mia professione e in quel caso se accetti un lavoro pagato poco, senza percorsi di crescita professionale e personale, per anni e il massimo che sai fare è lamentarti contro il sistema, beh, allora sei un servo fin troppo facile da addomesticare.

    I servi non possono fare molto per gli altri servi, nel mercato del lavoro che si è creato nel mio ex-Paese, ma se credono nelle proprie capacità e non dicono di essere bravi sapendo di non esserlo, possono almeno salvare se stessi da una vita lavorativa della quale c’è poco da raccontare.
    È brutto da dire, ma l’unica speranza che vedo è affamare le aziende del vostro talento, così che magari dopo una generazione o due saranno loro a venirvi a cercare.Rispondi  |  Cita

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  32. Se non sto più partecipando alla discussione non è perché io non la stia seguendo.
    È che trovo deplorevole veder gente descrivere una precaria che protesta come una pazza con una crisi di nervi, che “in America sono tutti precari”.
    Giusto per rendervi edotti.Rispondi  |  Cita

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  33. @ Roberto:
    Roberto, forse ti è sfuggito che io non ho mai appoggiato l’azione di Paola. Mai. E già da prima del post di Giovanni. Anzi, come dice Giovanni: oltre la simpatia umana per lei non vado. Quindi, sfondi un portone aperto con me.Rispondi  |  Cita

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  34. Non mi è sfuggito, Ila, cercavo solo di rispondere alla domanda “quale è il mezzo che può salvare i servi” e non rispondevo solo a te. Rispondevo a quelli che dicono di scendere in piazza (anche telematica) e protestare. Questa è la parola d’ordine dei sindacati, che sono i corresponsabili di questo casino.
    Come dice Giovanni, le aziende private sono libere di assumere chi vogliono. Anche noi siamo liberi di scegliere e quando lo facciamo non siamo più schiavi, ma una parte attiva del mercato del lavoro.Rispondi  |  Cita

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  35. @ Ila:

    hai ragione – ho mischiato i due commenti. Il mio punto (e credo anche il tuo) è corretto parlare di “regolarizzazione”. Poi credo che io vado concettualmente un passo oltre dato che non penso che avere il c.d. “posto fisso” sia un diritto.

    Sulle job review: neanche io credo che siano una soluzione (quelle che ho fatto io in Italia erano una buffonata peraltro, ma magari sono stata sfortunata) ma credo che Roberto parlasse invece dei “referral” che sono un meccanismo diverso che mira ad incentivare la raccomandazione. In Italia non esiste (o almeno a me non risulta), proprio perché il limite tra raccomandazione e clientelismo è fumoso e nessuno vuole rischiare di portare le mafiette alla luce del sole.

    Sul lavorare in Italia vs estero: fatto. E adesso non a caso mi trovo di là

    @ Gatto Nero:

    No, no,devi elaborare se vuoi rendermi “edotta”. “Deplorevole” implica un giudizio di valore che puoi spiegare senza fatica (magari senza distorcere le mie parole… per me la crisi di nervi è una cosa molto seria e non certo svilente, e ho parlato di come risolverla)Rispondi  |  Cita

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  36. @ Veronica:

    typo above: è SCORRETTO parlare di regolarizzazioneRispondi  |  Cita

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  37. @ Roberto:
    Concordo, Roberto.
    E aggiungo che spero che tutti possano essere nelle condizioni di poter scegliere.

    E stendiamo un velo non pietoso sui sindacati.Rispondi  |  Cita

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  38. Max, come ti capisco. Gorse il problema di Paola, come di 1000 altri italiani, e’ di non saper guardare al di la’ del proprio naso e capire che si stanno facendo sacrifici per nulla. Alla fine, e’ l’ennesima crisi di nervi di un “precario” categoria tutta italiana e difficilmente paragonabile agli status Esteri. In fondo, negli USA o in UK, tutti sono precari in un certo senso, perché tutti possono essere licenziati se le cose vanno male o se semplicemente c’è qualcuno più bravo sul mercato. Anche negli USA, sistema molto meno corporativo, fare i giornalisti richiede molta gavetta, freelancing e magri stipendi, e’ una semplice questione di domanda-offerta ( Senza contare poi che l’industria e’ in crisi).

    Mi sembra che pochi abbiano chiaro che il precariato esiste perché il posto fisso esiste. Assumere una persona in Italia e’ come sposarla. Per licenziarla senza che ti trascini (con successo) in tribunale non basta dimostrare che passa il giorno su facebook. Anche il paragone con regolarizzare i clandestini c’entra poco. Lavorare senza contratto con il terrore che la polizia faccia i controlli mentre il datore risparmia su tasse e assistenza sanitaria mi sembra una cosa molto più grave che avere una laurea e prendere anche i lavori precari. L’alternativa, finche’ non cambia la disciplina sul licenziamento e il trattamento fiscale (grazie sindacati e pensionati!), non c’è. Che gli italiani, soprattutto quelli col culo parato che hanno figli mantenuti/precari/sottopagati lo realizzassero anziche’ alimentare questa autocommiserazione collettiva. E il raccomandato di turno passera’ sempre avanti, e anche Paola se potesse avere una raccomandazione non credo si farebbe molti scrupoli. In tempo di tempesta, ogni buco e’ un porto.

    Ultimo punto poi chiudo: c’è differenza tra raccomandazione e clientelismo. Il clientelismo e’ un sistema paramafioso di favori reciproci che coscientemente mette il bene dei singoli prima del bene dell’azienda (illegale). Raccomandare e’ invece un modo per selezionare più velocemente facendo leva su rapporti di stima e fiducia. Ho un amico che ha bisogno di un designer, e gli raccomando mio cugino, o un altro amico che so che ha un bel portfolio e farebbe un buon lavoro. Non mi aspetto nulla in cambio, credo di aiutare entrambi. Mio cugino ha un cliente in più, e se fa bene se lo coltiverà, il mio amico potrebbe mettere un annuncio, fare colloqui con 20 persone perdendo due mesi, e forse trovare uno più bravo di mio cugino. Ma lui ha bisogno del lavoro adesso, e per assurdo perde soldi se aspetta il candidato ideale, quindi io gli ho fatto risparmiare tempo e denaro, gratis. Un po’ come l’esempio di Giovanni: cercare un pizzaiolo bravo sarebbe l’ideale, ma meglio un pizzaiolo così così, che conosco, che so come lavora, che mi accompagna al lavoro perché e’ mio cognato, che zero pizzaioli se no la gente si incazza perché aspetta troppo la pizza. E poi diciamocelo, a fare la pizza si impara. Non e’ forse questo uno dei tanti bistrattati contratti di “formazione lavoro”?Rispondi  |  Cita

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  39. @ Veronica:

    Una delle strane cose che fanno all’estero, oltre alle job review annuali, è pagare i dipendenti per “raccomandare” conoscenti, amici e parenti per i posti vacanti in azienda. Il vantaggio per l’azienda non è tanto che trovano qualcuno alla svelta, solo che pensano “mi fido di te in quanto mia risorsa, se mi presenti qualcuno di cui ti fidi gli faccio un colloquio così mi risparmio di sparare nel mucchio”. Il vantaggio del candidato è che “se ci lavori te quell’azienda non farà poi tanto schifo, altrimenti ti rigo la macchina”. Il vantaggio per il dipendente è una paio di buste paga più sostanziose.
    Non c’entra niente, lo so, ma è per dire che c’è un mondo sconosciuto, là fuori, anche se per trovarlo spesso bisogna uscire dalla propria città.Rispondi  |  Cita

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  40. Veronica scrive::Anche il paragone con regolarizzare i clandestini c’entra poco. Lavorare senza contratto con il terrore che la polizia faccia i controlli mentre il datore risparmia su tasse e assistenza sanitaria mi sembra una cosa molto più grave che avere una laurea e prendere anche i lavori precari. Scusa, Veronica, chi e dove sono stati fatti paragoni tra il regolarizzare una Paola e il regolarizzare i lavoratori clandestini?
    Era proprio uno dei punti che più mi ha distanziato da Gatto Nero.
    Se vuoi, ti elenco tutte, ma tutte, le numerose ed enormi differenze tra le due tipologie.

    Anche perché io (e altri) abbiamo scritto parole su parole proprio per contestare che la questione dovesse vertere proprio e solo sull’assunzione.
    Riporto quello chiesto da me a Gatto Nero:Altra cosa: che cosa intendi per regolarizzata? Assunta?Rispondi  |  Cita

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  41. Le job review ci sono anche in Italy.
    Io le ho fatte. E come me, tante altre persone che conosco. Non sono strane cose che si fanno all’estero.
    Che poi non siano uno strumento frequente come all’estero, ok. Ma neppure il mezzo che può salvare i servi dall’accontentarsi dell’osso, suvvia.

    Ragazzi, io non lavoro all’estero e quindi non so che cosa ci sia oltre le Alpi e l’oceano. Idem voi, mi pare, no?Rispondi  |  Cita

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  42. @ Max:

    Penso che stamperò l’intero commento, sottolineando la parte sui servi, e lo metterò in una bella cornice.Rispondi  |  Cita

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  43. ….sorry, but I’ll be harsh….

    il libero arbitrio in Italia e’ stato abolito per editto?

    ma se lavori 7 anni per una compagnia e questi non ti promuovono mai, non ti danno partecipazioni in equity, non ti crescono lo stipendio… non ti viene il dubbio che (a) ti stanno prendendo per il culo; (b) non sanno come dirti che li non hai futuro (perche’ non sei poi cosi brava o perche semplicemente gli stai sui coglioni o whatever; e’ la loro compagnia e la gestiscono, male o bene, ma come pare a loro).

    ma le job review annuali non si fanno in Italia? di solito alla prima review (anche prima!) si capisce che aria tira.

    stronzo tu poi se stai per cosi tanto al loro gioco fesso. a me poi tutta sta pena non fa: che’ c’e’ gente che si fa 8000 km per lavorare e non essere un servo. se l’Italia e’ un paese di servi e’ anche perche’ a tanti, inclusi i servi, cosi sta in fondo bene, perche ogni tanto un osso arriva sul piatto. ed allora, aspettate l’osso, che devo dire….Rispondi  |  Cita

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  44. @ rosalux:
    Sì, giusto, rosalux: è un problema di ordine generale. Però allora non si dovrebbe farne una mera questione di assunzione e di scavalcamento da parte di pivelli, no?

    E come appunto si diceva nei commenti precedenti, lo sfruttamento dei precari, senza tutele né garanzie di un futuro diverso, è una vera e propria vergogna. Ma lo è in molti altri ambiti professionali, non solo in quello giornalistico. Sì, ok, qua c’è di mezzo una corporazione, ma ce ne sono tanti altri di casi simili: gli avvocati, ad esempio. Solo che per gli avvocati sono richiesti dei titoli che per il giornalismo non valgono e quindi c’è un’offerta di manovalanza (questo è) maggiore. Per non parlare del fascino che questa professione suscita ancora.Rispondi  |  Cita

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