Quei bimbi senza nemmeno un comodino

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 Chi mi segue sa che più o meno una volta al mese pubblico un post del mio comodino invaso di libri. Che compro, che mi mandano da leggere, già letti, in lettura. Quelli che mi hanno colpito di più. Da qualche tempo lo faccio anche per mia figlia; siamo fortunati, legge con gusto e interesse, ha imparato presto e ha tutte le intenzioni di continuare bene.

Poco dopo aver pubblicato il primo post delle letture per i bambini, con quei libri colorati in bilico su un comodino rosa, una persona conosciuta recentemente mi dice: ci prendiamo un caffè? Vorrei raccontarti qualcosa a proposito del comodino.
E mi racconta che fa la volontaria per Sos Bambini, un’associazione che aiuta i minori orfani o abbandonati in Romania e in Guatemala. E che quando, un paio di volte all’anno, va a visitare le case di accoglienza in Romania, resta colpita anche dal vuoto di queste camere, dal fatto che non ci sia, appunto, neppure un comodino, un piccolo spazio privato dove mettere un’immagine, un oggetto. Un pezzo di quell’identità che manca a quei bambini senza passato e senza ricordi. La bambina che accoglie ogni anno per un mese di vacanza, mi spiega, non aveva fotografie di se stessa: le prime sono state quelle scattate a otto anni, dalla famiglia italiana affidataria.

“Ho visto il mobile che hai fotografato con sopra i libri”, mi ha detto “e ho pensato di raccontarti queste storie di bambini senza comodino”. Senza molto altro, certo. Ma un mobiletto chiuso, privato, personale, dove mettere qualcosa, per quanto sembri superfluo sarebbe invece un tassello importante.
Mi conferma il neuropsichiatra infantile Giorgio Seragni, volontario per la stessa associazione e per l’Onlus Don Gnocchi:

La prima volta che sono andato a visitare una casa d’accoglienza, ho notato che nessuno aveva sue proprietà: tutto era in comune, tutto veniva scambiato o sottratto, gli abiti arrivati in regalo venivano assegnati senza possibilità di sceglierli. Le camere erano asettiche, senza fotografie o oggetti personali. Questi bambini non hanno passato – o preferiscono dimenticarlo – e per questo non riescono a conservare nulla: fanno un disegno e poi lo buttano via.

Che c’entra il comodino? Molto.

Ho spiegato quanto sia importante aiutarli a costruire una storia almeno dal momento in cui sono entrati nella casa di accoglienza. Scattare loro delle fotografie, affidare piccoli oggetti, personalizzare un angolo di camera, regalare un piccolo mobile chiuso dove incollare immagini o conservare qualcosa di importante: tutto contribuisce a ricostruire un’identità frammentata.

Ora, io sono la persona peggiore per lanciare appelli, non faccio volontariato né opere di bene, ed è quel periodo dell’anno in cui bisogna fuggire dalle decine di questue e richieste di denaro per altrettanti progetti benefici, tutti meritevoli, ma signoramia dovessimo dare qualcosa a tutti, dove andremmo a finire. Però è Natale e questa storia del comodino mi ha colpita molto, anche per come è arrivata a me. Tramite un post che parla di libri in una cameretta lontana anni luce dalla miseria e fa scattare in una persona la voglia di raccontarmi la sua esperienza, la sua storia, i bambini che ha conosciuto.
Io ve la racconto così come mi è stata raccontata. Però ho anche un paio di idee per costruire dei comodini nuovi. E magari chissà, metterci pure sopra un libro.
Ne parliamo presto, intanto buon natale.

(La foto è di Franco Antolini)

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