Scrivere per l’online o scrivere chiaro?

L’attività psicomotoria di gruppo può essere un utile sostegno al bambino per controllare l’aggressività e migliorare le relazioni col gruppo dei pari, per sviluppare sul piano cognitivo strategie di problem solving.

Sinceramente perplessa, ho postato su Facebook il testo qui sopra, estratto da un volantino di presentazione di un corso di psicomotricità per bambini dai 3 ai 5 anni. Ne è uscita una conversazione interessante. Riassumendola molto, c’era chi, stupito come me, si scagliava contro l’uso oscuro della lingua e l’assurdità di parlare a genitori per vendere loro un innocente corso con un gergo a metà tra il marketing e la psicologia d’accatto e chi sosteneva che un linguaggio di quel genere fosse in qualche modo necessario per rendere l’offerta più interessante.

Io, lo ripeto da anni anche nei miei corsi, sono della prima scuola e mi è venuta voglia di scriverne dopo aver seguito in streaming la sempre illuminante Luisa Carrada a Ravenna Future Lessons. Marina Petrillo ha confezionato un ottimo podcast che trovate qui, con alcune sue note introduttive.

Prima di tutto. La sintesi e la chiarezza nell’esposizione non sono una novità o una richiesta nata con la scrittura digitale. Non è che improvvisamente online diventiamo tutti tonti e riusciamo a leggere e comprendere solo orridi elenchi puntati che non vadano oltre le 5 righe. L’esigenza di essere comprensibili per il lettore nasce con la scrittura, non con internet. L’insuperato Calvino già nel 1965 combatteva l’antilingua: qui trovate il testo completo (e pensate, quando scriveva lui ancora non avevano tirato fuori obliterare):

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso”. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza di un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. […] Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” – la lingua viene uccisa.

George Orwell ancora prima, nel saggio Politics and the English Language (1946), suggeriva regole di stile di abbagliante buonsenso (e quindi pressoché impossibili da mettere in pratica, visti gli obbrobri che leggiamo tutti i giorni):

Never use a metaphor, simile, or other figure of speech which you are used to seeing in print.
Never use a long word where a short one will do.
If it is possible to cut a word out, always cut it out.
Never use the passive where you can use the active.
Never use a foreign phrase, a scientific word, or a jargon word if you can think of an everyday English equivalent.
Break any of these rules sooner than say anything outright barbarous.

Questo per dire: online, offline, non concentratevi sulla piattaforma di pubblicazione ma su come farvi capire. Come scrive bene Yvonne Bindi nel suo documento L’usabilità delle parole (in pdf qui) il messaggio, per essere tale, deve riflettere il modello mentale di chi lo riceve, non di chi lo produce.

Annamaria Testa, altra autrice illuminante, aggiunge nel suo Farsi capire:

Scrivere o parlare difficile è facilissimo.
 Basta pescare dal dizionario qualcosa di misterioso, greve e magari un po’ ammuffito, scaraventare quanto si è pescato in faccia all’interlocutore, tramortirlo, e battersi i pugni sul petto lanciando urli di vittoria.

Tornando al volantino con la descrizione del corso io, come genitore, ho vedo tre alternative:

a. non capire una parola di quello che c’è scritto;
b. capire qualcosa e spaventarmi;
c. capire tutto e spaventarmi molto.

In ogni caso il risultato è l’opposto di quello che la brochure del corso si proponeva, ossia promuovere un corso per bambini (molto piccoli, cosa da non trascurare) rassicurando i genitori.

Per chiudere con Luisa Carrada, date un’occhiata ai suoi esempi di riscrittura meditando Blaise Pascal:

Ho fatto questa lettera più lunga del solito perché non ho avuto tempo di farla più corta.

Qui sotto invece ci sono alcune slide dei miei corsi focalizzati sulla scrittura. Volevo parlare anche di Microstyle ma vedo che questo post è già un bel mattone, a proposito di sintesi. Per cui, alla prossima.

4 thoughts on “Scrivere per l’online o scrivere chiaro?

  1. Scusa Bli, ma a parte “problem solving” che mi irrita la pelle ma che intuisco dove va a parare pur non sapendo l’inglese, dove è l’incomprensibilità? Nella psicomotricità, nell’aggressività, nel relazionarsi o nei pari? Boh, sarà che avendo bimbi sono termini con cui un po’ ci ho avuto a che fare. Ma tu, che qui sopra fai citazioni in inglese e linki dotte (e utili) disquisizioni, boh, non capisco non capisco fino in fondo dove vuoi andare a parare. Mica era rivolto ai bambini il volantino. E dobbiamo sempre parlare a sgrunt sgnaf e crack, un po’ come il Bossi dei tempi belli che così ci capiscono e tiriamo anche su un dito va’, o si può dare alle cose il loro nome o almeno quello che chi le fa crede abbiano? Qualcuno non capisce? Può chiedere, mica si paga. O usare il vocabolario (o google, visto che stiamo qui). Okkei, chiedo scusa per il veleno paradossale, però quel volantino (magari aveva anche figure o foto, non so) non mi pare un insulto all’intelligenza. Magari lo era di più scrivere: portate i bambini a rotolarsi nei tappettoni e a nascondersi sotto le lenzuola o a uscire dalle scatole (in senso fisico) che si divertiranno e saranno più contenti. O no? Il guaio, invece, è la psicomotricità d’accatto, che fa danni invece di risolverne. Ma quello è un altro capitolo che col linguaggio c’entra un tubo.

  2. Cien, il volantino era un pretesto per parlare di chiarezza nell’esposizione scritta; chiarezza che, a differenza di quanto ci dicono, non nasce “con il web” ma è sempre stata fondamentale per fare passare un messaggio, da qui le citazione che ho fatto. Se a te sembra normale che per promuovere un innocuo corso per bambini dai 3 ai 5 anni si usino termini di aziendalese puro, a me no. E non fare l’errore di misurarti dietro al tuo braccio: il mondo non è Milano o un’altra grande città e non è fatto da genitori dirigenti o esperti di comunicazione, sul web o offline. Il gruppo dei pari e le strategie di problem solving per molti genitori non vogliono dire assolutamente nulla. Davvero pensi che non ci fosse un modo migliore, più semplice, meno pretenzioso, per raccontare un corso di psicomotricità per bambini?
    Detto questo, ripeto; era un pretesto. Avrei potuto prendere altri dieci esempi a caso che mi sono arrivati nella casella della posta o via mail negli ultimi 3 giorni.

  3. Ben vengano i post lunghi, se sono così densi di contenuti e spunti interessanti. ;-)
    E comunque, sono anni che propongo la fondazione di un fan club per Luisa Carrada, si accettano adesioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*
*
Website